Un mito…

Quante volte me lo sono sentito dire? Tanto numerose che non le so contare.
Parlo del professor Colavolpe, docente di Disegno e Storia dell’Arte. Per anni i nostri studenti lo hanno definito “un mito…”
E ora, proprio al mito è dedicata la sua prima mostra artistica personale in corso fino al 28 novembre 2021 presso la galleria di via Lanzone, 23 a Milano.
Tante volte ho visto le foto dei suoi quadri pubblicate sul suo sito web. Ma vederle dal vero è un’altra cosa: un’esperienza estetica da non perdere.

ARCò

Un bell’articolo del quotidiano Avvenire: https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/niente-cemento-ma-pneumatici-e-tubi-riciclati-per-le-scuole-costruite-da

Della cooperativa ARCò fanno parte due nostri ex alunni: Valerio Marazzi e Diego Torriani.

Una citazione dal loro sito web:

ARCò è una cooperativa fondata da un gruppo di ingegneri e architetti impegnati nella progettazione architettonica, urbana e del paesaggio basata su principi di sostenibilità ambientale.

I suoi progetti si fondano sulla ricerca della sostenibilità sociale, economica e ambientale, per questo per ogni intervento si scelgono le tecniche più appropriate allo specifico luogo, che consentano l’indipendenza del processo costruttivo da parte delle comunità locali e si prediligono percorsi che consentano l’utilizzo di materiali riciclati o naturali, l’impiego di fonti di energia rinnovabile e principi passivi di architettura bioclimatica. Questo approccio ha portato ARCò ad incontrare il mondo della cooperazione internazionale per affrontare e risolvere con le proprie competenze problemi in situazioni di emergenza umanitaria.

I lavori di ARCò sono apparsi su diverse monografie, sulle principali riviste di settore, e hanno ricevuto riconoscimenti internazionali quali il Premio Fondazione Renzo Piano per Giovani Talenti e l’Holcim Awards for Sustainable Construction.

I membri del gruppo si dedicano da tempo alla didattica collaborando con istituti quali l’Università degli Studi di Pavia, Politecnico di Milano e di Torino, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA), l’Istituto Europeo del Design (IED) di Torino e la S.O.S. School of Sustainability di Bologna.

LICEO CLASSICO A ROZZANO E LICEO SCIENTIFICO A NOVERASCO: UN “FLOP” E UN FATICOSO SUCCESSO

Fin dall’inizio della propria attività come scuola autonoma, il nostro Istituto si è mosso per articolare e diversificare la propria offerta formativa, affinché l’utenza potesse contare su molteplici possibilità e per contribuire a contenere il fenomeno del “pendolarismo” studentesco.

Nell’anno scolastico 2000/2001, i Professori Sergio Cappellini e Lorenza Marchesini avevano lavorato al progetto “Scuola e Territorio”, analizzando i flussi degli alunni in uscita dalle scuole medie del Distretto Scolastico 94 e fornendo, quindi, gli elementi conoscitivi necessari per poter avanzare all’Amministrazione Provinciale richieste di  attivazione di nuovi percorsi scolastici.

La prima iniziativa in tale direzione non ebbe il successo sperato, ma consentì di “prendere le misure” alla macchina burocratica dell’Amministrazione Provinciale. Fu infatti proposta l’attivazione del Liceo Classico a Rozzano, contando, in particolare, su potenziali iscritti provenienti dalla scuola media di Basiglio. Le domande di iscrizione al nuovo indirizzo, per l’ipotetico avvio dell’indirizzo a settembre 2002, furono soltanto 8, e la Provincia non rinnovò la propria autorizzazione per l’anno successivo, preferendo soddisfare la richiesta dell’Istituto “Allende” di Milano, che peraltro disponeva di spazi a sufficienza, mentre la scuola di Rozzano si avviava verso la saturazione.

Oltre a farci meglio comprendere come muoverci con l’Amministrazione Provinciale, la lezione ci servì anche per capire che non dovevamo trascurare due variabili importanti: la diffidenza dell’utenza verso le scuole di nuova istituzione e l’appeal delle scuole (e in particolare dei licei) di più lunga tradizione. Imparammo anche ad accettare il punto di vista della Provincia, i cui uffici, pur apprezzando il nostro dinamismo, avevano una visione d’insieme più ampia della nostra.

A Noverasco, invece, l’anno successivo riuscimmo ad avviare il Liceo Scientifico, grazie anche al convinto sostegno dell’Assessore all’Istruzione e alla Cultura del Comune di Opera, Riccardo Borghi.

L’Istituto Agrario continuava a caratterizzarsi come indirizzo scolastico “di nicchia”, e faticava a tenere in vita due corsi completi. Vi era pertanto ampia disponibilità di spazio, e nulla lasciava presagire la saturazione degli spazi che avrebbe avuto luogo un po’ di anni più tardi.

Ricordo che, quando si contrattava con la Rappresentanza Sindacale di Istituto la suddivisione sui due plessi del personale collaboratore scolastico, era difficile soddisfare il desiderio della “squadra” di Noverasco di non perdere unità e tacitare, viceversa, le recriminazioni (tutt’altro che infondate) dei colleghi di Rozzano: ma, a loro vantaggio, giocava soprattutto il fatto di essere, appunto, una squadra compatta ed equilibrata, volonterosa ed efficiente. Mi piace qui ricordare i loro nomi, sperando di non sbagliare: Lucia De Benedittis, Carmine Fedele, Dina Gambatese, Vincenza Orlando, Mario Panico e la “decana” Antonetta (sic) Tramontano, che andò in pensione quasi oltre ogni ragionevole limite di età. In occasione della prima delle feste di primavera “Di fiore in fiore” a cui  partecipai, promisi loro che la scuola si sarebbe riempita, ma l’inizio non fu facile.

Le iscrizioni alla neonata 1E del Liceo Scientifico erano il minimo indispensabile, e sull’effettivo avvio della classe non poco influì la Professoressa Gabriella Brutto, che diede esempio agli altri genitori, un po’ scettici, affidandoci sua figlia.

Oltre alla mancanza di tradizione, sulla classe di nuova istituzione pesava l’incognita del personale docente; per parare il colpo impegnammo diversi colleghi di ruolo dell’Agrario.

L’insegnamento della matematica fu assunto da Maria Grazia Bernasconi; l’inglese, da Graziella Trotta; le 13 ore di materie letterarie furono suddivise fra Daniela Nicoletti, Leonardo Truglio e Giulia Terzaghi, che nel corso del tempo passò nell’organico del nuovo Liceo di cui avrebbe costituito, nel tempo, il punto di riferimento.

2002, IL “BOOM” DELLE ISCRIZIONI

Riprendo, dopo una pausa piuttosto lunga, a pubblicare i qualche mio contributo utile a ricostruire qualche momento significativo della piccola storia della nostra scuola, dopo vent’anni dalla sua istituzione: ricorrenza che non poteva cadere in periodo peggiore, e
non nascondo che gli effetti depressivi della situazione che tutti stiamo vivendo ha avuto a che fare con il lungo silenzio che ho mantenuto.
Per rinfrancarci un po’ il morale, rievochiamo il bel risultato della campagna di iscrizioni del 2002, quando il “Calvino” consolidò la sua presenza nel proprio ambito territoriale.
Nel precedente articolo “Le fatiche dell’obbligo” abbiamo parlato del “progetto avventura”; il suo avvio contribuì a determinare un numero di iscrizioni all’istituto tecnico commerciale (93) poco meno che doppio rispetto a quello registrato nell’anno precedente, mentre le domande per il liceo scientifico toccarono quota 125: massimo storico.
Era quindi pienamente confermata l’importanza dell’acquisita autonomia: Rozzano camminava spedita sulle sue gambe, senza che altri istituti potessero più intervenire a deciderne le sorti.
È vero che il numero delle nuove iscrizioni è un indicatore, seppur molto grezzo, della buona salute di una scuola: quindi, questi dati furono salutati con grande soddisfazione; ma la crescita che si profilava ci poneva dinanzi a due problemi.
Il primo è rappresentato dall’esigenza di assicurare ai nuovi studenti un livello qualitativo del servizio pari a quello assicurato in precedenza, che – è lecito supporre – è stato valutato positivamente da chi si è iscritto e desidera fruirne. Con le regole vigenti nella scuola in materia di assunzione del personale, non era certo un problema da poco: ma si risolse positivamente perché acquisimmo per trasferimento docenti di alta professionalità. Inoltre, i cosiddetti “precari”, che ogni anno devono scegliersi la scuola, al “Calvino” sono sempre tornati volentieri, perché, quando dimostravano di avere buone qualità professionali, vi trovavano un ambiente accogliente e godevano della stessa stima e considerazione riservata agli insegnanti “di ruolo”.
Il secondo problema è la disponibilità di spazio: se le classi in uscita sono cinque e quelle in entrata dieci, nell’immediato può non sussistere (e di fatto, per il momento, non c’era), ma si presenterà sicuramente in futuro: e per di più non può essere risolto dalla scuola con le sue sole forze, ma deve essere preso in carico e affrontato dall’ente territoriale competente (la Provincia di Milano, oggi Città Metropolitana), che chiamammo sollecitamente in causa.
Incontrammo Sandro Aldisio, assistente dell’Assessore Paola Frassinetti, e i tecnici dell’edilizia scolastica, chiedendo che l’ampliamento dell’edificio scolastico di Rozzano venisse messo in programma.
La benevola attenzione della Provincia si sarebbe concretizzata, parecchi anni dopo, nell’ampliamento dell’ala est dell’edificio: ne parleremo in una prossima occasione.
A questa situazione evolutiva faceva contrasto il calo delle iscrizioni all’Istituto Tecnico Agrario di Noverasco, che quell’anno furono solo 36 e consentirono la formazione di due sole classi prime: mentre una sede si riempiva, l’altra si svuotava e disponeva di ampi spazi inutilizzati.
Bisognava riempirli: ne riparleremo.

MARILENA PASCALI

Mi è appena giunta la triste notizia della scomparsa, dopo lunga malattia, di Maria Filomena Pascali, la prima “vicaria” del “Calvino”, Docente di diritto ed economia e mia preziosa collaboratrice per diversi anni. Saggezza, bonomia e simpatia aggiungevano ulteriore valore alla sua indiscussa professionalità. Con i “vecchi” del “Calvino” ne condivido il grato ricordo e mi unisco al cordoglio della famiglia.

LE FATICHE DELL’OBBLIGO

Come abbiamo evidenziato nell’articolo Il “Calvino compie vent’anni”, al neonato Istituto Superiore di Rozzano era esplicitamente assegnato il compito di porsi in stretta relazione con il proprio territorio di riferimento, interpretandone i bisogni e orientando la propria azione formativa per rispondere al meglio alla domanda dell’utenza.
Nell’affrontare questo compito non si partiva certo da zero, poiché, seppur amministrati da Milano, il liceo scientifico e l’istituto tecnico commerciale erano presenti a Rozzano da più di un quarto di secolo e avevano già dimostrato le loro indiscutibili qualità: grazie all’impegno di “squadre” di docenti motivate e coese. Tuttavia la loro offerta formativa era rivolta a un’utenza selezionata, alle ragazze e ai ragazzi che nella scuola media avevano avuto maggior successo e affrontavano la scuola superiore con un buon livello di motivazione, mentre i soggetti più deprivati e problematici si rivolgevano direttamente alla formazione professionale, nei fortunati casi in cui non abbandonavano del tutto.
Le legge 9 del 1999 stravolse completamente il quadro e pose l’istituto di fronte a esigenze del tutto nuove, stabilendo elevando di un anno l’obbligo scolastico.
Di un solo anno: come mai?
Il governo allora in carica (dietro impulso del Ministro Luigi Berlinguer, cui succedette, a fine legislatura, l’insigne linguista Tullio De Mauro) aveva in animo di introdurre una rimodulazione dei cicli scolastici, abolendo la scuola media e prevedendo un ciclo primario di sette anni e una scuola secondaria di cinque anni, con un biennio orientativo seguito da un triennio di specializzazione. Poiché in questa ipotesi l’attuale carriera scolastica di 13 anni (5+3+5) si riduceva a 12 (7+2+3), con conclusione della scuola secondaria a 18 anni di età, ne conseguiva che il biennio orientativo avrebbe compreso le attuali terza media e prima superiore. Quella legge, insomma, intendeva anticipare la riforma mantenendo tutte le alunne e tutti gli alunni all’interno del sistema scolastico fino ai 15 anni di età.
Tutti i ragazzi, quindi, anche se poco o nulla motivati, dal settembre 1999 dovettero iscriversi al primo anno della scuola superiore e si indirizzarono quasi tutti all’istruzione tecnica e professionale nell’intento di “parcheggiarsi” per un anno, in attesa di liberarsi finalmente del fastidio di doversi recare a scuola.
Per i docenti di scuola superiore, non abituati a confrontarsi con l’utenza a rischio di dispersione, i primi due anni furono parecchio faticosi. Capitava anche di doversi confrontare con soggetti già dediti alla microcriminalità, che purtroppo di lì a poco avrebbero conosciuto anche il carcere.
Occorreva assolutamente dare un senso a questo anno di “completamento dell’obbligo”, offrendo a questi ragazzi una concreta opportunità di ri-orientamento e di ri-motivazione. Bisognava “fare squadra”, mobilitando tutte le risorse presenti nel territorio: la scuola media, il centro di formazione professionale, i servizi sociali dell’amministrazione comunale.
Si tenne nel nostro auditorium un importante corso di formazione, progettato in collaborazione con la scuola media “Luini-Falcone”, che rappresentò un’utile occasione per la conoscenza e la reciproca comprensione fra docenti delle medie e docenti delle superiori: iniziò a maturare un generale clima di fiducia nel nostro istituto e nei nostri docenti. Soprattutto, nell’anno scolastico 2002/2003 si sviluppò l’esperienza denominata “Progetto Avventura”, con la creazione di una classe di ri-orientamento gestita in parte da nostri docenti e in parte dalla formazione professionale. Animato dalla Professoressa Luissa Muratore, il consiglio di classe, formatosi sulla base di adesioni volontarie al progetto stesso, beneficiò per l’intero anno della supervisione psicologica del Dottor Sabino Cannone.
Queste esperienze purtroppo vennero meno negli anni successivi perché i decisori politici scelsero di offrire a chi terminava la scuola media la scelta fra due “canali” formativi distinti e separati: sistema scolastico e formazione professionale.
Il “Calvino” aveva comunque dimostrato la propria capacità di modellare la propria offerta formativa sulla molteplicità dei bisogni espressi dal territorio e iniziò ad essere considerato dalle scuole medie un solido punto di riferimento.

ROZZANO, 22 AGOSTO 2003

L’estate del 2003 fu una delle più torride di questo millennio: circostanza, questa, che forse ha a che fare con il tragico fatto di sangue che portò la città di Rozzano “agli onori della cronaca” alla fine del mese di agosto di quell’anno.
Furono una lite e un pestaggio per questioni di soldi e di piccolo spaccio a indurre un ventisettenne a impugnare la pistola, a uccidere volontariamente altri due giovani, a provocare accidentalmente la morte di una bimba di due anni e di un pensionato che era uscito la sera per portar fuori il proprio cane, per poi darsi alla fuga. La sua latitanza durò pochissimo, perché la sua stessa famiglia lo indusse a costituirsi. Fu condannato a una lunga pena detentiva e ha interamente pagato il suo debito alla giustizia.
L’immagine della Città, già piuttosto precaria, ne fu ulteriormente compromessa e l’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Maria Rosa Malinverno, reagì prontamente alla violenta aggressione mediatica, nutrita dai soliti luoghi comuni; fu sostenuta dalla solidarietà dei comuni vicini e, nel suo piccolo, anche dalla nostra scuola.
Era inevitabile che anche quest’ultima venisse coinvolta: per giorni fu tempestata di telefonate di giornalisti a caccia di notizie utili per i soliti articoli “di colore”. Tutti chiedevano al preside di raccontare episodi di bullismo e di piccola criminalità di cui era stato testimone: e ci volle del bello e del buono (servirono anche, in un’occasione, le cattive maniere) per far comprendere che l’Istituto Superiore era una scuola assolutamente tranquilla, dove gli studenti trascorrevano serenamente le loro giornate in assoluta sicurezza.
La maggior parte dei giornalisti si limitò a prenderne atto; comparve, invece, nelle pagine di cronaca del “Corriere della Sera” una breve intervista al preside, in cui si evidenziava che in Rozzano non c’erano soltanto marginalità e degrado, ma anche poli di qualità e di eccellenza; in particolare, vi si riportava la dichiarazione di una mamma residente in un Comune vicino, la quale, recatasi in presidenza per acquisire informazioni, aveva dichiarato:
«Non avrei mai pensato che a Rozzano potesse esserci un Liceo: invece c’è, e ho sentito dire anche che funziona bene».

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