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La scuola che vorrei

Solitamente il passato è errore, il presente è redenzione ed il futuro è rinascita.

Questo funziona sia nelle religioni e riadattandolo anche nelle scienze, ovunque.

Funziona o funzionava?

Nietszche, 130 anni fa, aveva previsto che saremmo andati incontro ad una società nichilista, senza uno scopo.

Il problema, infatti, è che ora sembra manchino le prospettive “rosee” per il futuro, anzi ora sembra mancare proprio il futuro.

Tutto ciò ha effetti devastanti sulla psiche di ogni uomo, in primis sui ragazzi.

Basta osservarli… Continua la lettura di La scuola che vorrei

Binario 21

Nell’ambito del progetto sulla “legalità”, la classe VaD ITE, accompagnata dalla professoressa Maria Teresa Avaldi, si è recata presso il Binario 21. La visita non ha lasciato di certo indifferenti gli studenti, i quali hanno descritto sentimenti e stati d’animo suscitati da tale esperienza.

Memoriale della Shoah binario 21
Memoriale della Shoah di Milano

È un giorno qualunque della settimana, in cui generalmente la scuola è il tuo unico pensiero. Ma oggi è diverso, io e la mia classe andremo a visitare il Memoriale della Shoah. Mi alzo e mi preparo. Come tutte le mattine pensando a quello che avrei visto e conosciuto quest’oggi. Appena varcato il portone della mia palazzina, scruto il cielo e mi soffermo sul grigiore di quest’ultimo, l’acquerugiola mi accarezza il viso e in quell’ istante capisco che qualcosa di insolito era nell’ aria. Non gli do molto peso, anzi dimentico quasi l’ importanza della visita al Binario 21. Si, perchè a questa età difficilmente si riesce a dare il giusto peso a ciò che ci circonda, molto spesso rimaniamo impassibili come se nulla ci sfiorasse, scherzando e sminuendo esperienze di rilievo. È anche questa la “bellezza” dell’ essere giovani e spensierati, anche se è proprio con esperienze di questo tipo che si crea quel senso critico in noi stessi, che ci caratterizzerà per tutta la vita. Ed è proprio questo “sentire”, che contraddistingue una persona priva di cultura e di una propria visione della vita e della storia, da un individuo in grado di dare un proprio punto di vista con un pensiero e una riflessione ragionata, un pensiero che possa lasciare degli insegnamenti e dei valori che influiscano positivamente sulla vita di noi giovani.
Una volta arrivati davanti al Memoriale, mi stupisce subito la sua collocazione. Infatti, la Stazione Centrale di Milano è una delle poche in Europa ad essere sviluppata su due piani, con un pian terreno e un primo piano. Quest‘ultimo è quello che tutti noi conosciamo o abbiamo almeno visto una volta nella nostra vita, dove i treni partono dai binari, verso una moltitudine di destinazioni. Il pian terreno, è oramai adibito ad area museale, ma quello che lo contraddistingue è sicuramente la sua storia. Questo piano “nascosto”, veniva usato come una vera e propria stazione destinata allo scarico e carico dei treni postali e del bestiame. Quale miglior posto, avrebbe rispecchiato e allo stesso tempo mascherato quello che si celava dietro le leggi fascistissime del 1925. Grazie alla tecnologia utilizzata dagli ingegneri italiani del tempo, questo piano, tramite un geniale montacarichi, permetteva la risalita dei vagoni bestiame, straripanti di povera gente. Ma, cosa ancor più interessante, è che questi treni, grazie alla collocazione del montacarichi, partivano per i maggiori campi di concentramento e di sterminio senza essere visti, in quanto i vagoni erano collocati al di fuori della stazione centrale. Infatti questi treni vennero soprannominati “treni fantasma”. Numerose persone negarono ogni tipo di violenza o di esistenza di questo vero e proprio smercio di persone.
Persone che avevano ormai perso ogni tipo di dignità, trattate come animali, private della propria personalità, standardizzate, private persino del proprio ramo famigliare. Venivano infatti catturate famiglie intere in maniera tale da eliminare dalla radice il “problema”.
Il sentimento che più distrusse il cuore di questa povera gente che era perfettamente integrata e rivestiva ruoli di tutto rilievo nella società di allora, fu quello dell’indifferenza. Indifferenza del popolo Italiano di fronte ad uno scempio di questa grandezza, indifferenza dettata dall‘opportunismo generale della stragrande maggioranza dei nostri antenati che non sono riusciti a denunciare questi atti osceni. Funzionari italiani e capi treno che nella maggior parte dei casi hanno sempre messo le mani davanti a occhi ed orecchie, compreso lo Stato e la Chiesa.
Famiglie che vengono ricordate attraverso un lungo muro, con i pochi superstiti che vengono evidenziati, la parola indifferenza che viene incisa a sua volta in un‘altra parete che si innalza all’entrata del Memoriale.
Grazie ad una ristrutturazione molto ben studiata all’interno del Memoriale riusciamo, chiudendo gli occhi, a percepire quello che potevano provare queste persone. I treni che passano al di sopra ci fanno immergere in una atmosfera surreale che ci mette quasi i brividi. Mi immedesimo in quelle persone che non sapevano neanche a cosa andassero
Incontro; la maggior parte infatti pensava che andassero a lavorare, ma non tornarono mai più dai propri cari.
Questa struttura al giorno d’oggi, rappresenta il ricordo di questo periodo buio della nostra storia che non deve essere mai più dimenticato. Queste famiglie sterminate devono lasciare un insegnamento nei nostri cuori, un amore reciproco tra tutte le persone che condividono lo stesso cielo, un senso di appartenenza al mondo che nessuno può portarci via.
Appartenenza che viene attuata con il progetto per l’accoglienza ai migranti, infatti questa struttura grazie parecchi volontari è stata adibita, soprattutto nei periodi estivi, come dormitorio per i migliaia di profughi presenti sul nostro territorio. Il Memoriale quindi svolge più funzioni, in primo luogo quello del ricordo di questi tristi momenti e in secondo luogo quello dell’accoglienza e quindi dell’ amore verso delle persone di differente nazionalità, religione e pensiero.
In via definitiva penso che questa esperienza mi abbia lasciato svariate emozioni, dalla tristezza, alla rabbia per la stupidità e superficialità del nostro popolo, alla curiosità di andare in visita ai maggiori campi di concentramento e sterminio d’Europa per rievocare nuove emozioni nel mio cuore. Ma, la cosa che più ho apprezzato è il fatto di poter raccontare con più senso critico questo argomento fondamentale per la nostra esistenza, di poterlo condividere con i miei coetanei per cercare di suscitare le stesse emozioni, che io stesso ho provato sulla mia pelle.

Alberto Bonacossa

muro dei nomi
Muro dei nomi del memoriale

L’indifferenza, uno dei più grandi mali del mondo contemporaneo. Il ricordo che riaffiora, facendo riaprire quelle ferite mai chiuse e causate da persone senza scrupoli, accecati da interessi puramente politico-economici e da manie di grandezza e potere. Come sempre è la gente innocente a subire quelle conseguenze che hanno portato il mondo a scrivere la pagina più nera della sua epoca contemporanea. Un grande muro nero con incisa la scritta “indifferenza” è stato installato all’ingresso del museo situato al livello zero della stazione centrale di Milano. Questo muro è stata la cosa che più mi ha impressionato e che tutt’ora mi fa molta paura. Un “sentimento”, se così che si può definire, molto condiviso al giorno d’oggi e che in molti casi può sfociare in quello che si chiama egoismo. Ed è proprio quell’egoismo che ha portato alle leggi razziali approvate da paesi come l’Italia e la Germania. Quegli stessi Paesi che oggi si professano democratici e rispettosi dei diritti umani. Proprio quella stessa Germania che nonostante sia stata coinvolta in prima linea in quei brutali crimini, si ostina oggi a non voler ricordare. Quei treni che partivano da quel maledetto binario, nascosto agli occhi di tutti, ma vicino al quale si stavano consumando i più grandi crimini contro i diritti e la dignità di persone, uomini, donne e bambini innocenti, e vittime soprattutto dell’indifferenza. Proprio quel treno, ormai diventato museo, racconta nel suo silenzio quei drammatici momenti e quelle devastanti deportazioni che hanno provocato terrore e sdegno subito dopo la loro scoperta. Una visita, questa del binario 21, che deve far riflettere e deve far capire quanto l’uomo può far male ai suoi stessi simili. Simili, perché non esistono razze, non esistono religioni, non esistono filosofie di pensiero che possano giustificare questi atti inumani. Ma come la storia insegna, è dagli errori che si ricomincia e si riparte, sempre ricordando quello che è accaduto nel passato, anche più remoto, per evitare di inciampare nei medesimi sbagli.

Simone Scavilla

binario 21
Il binario 21 del memoriale

Indifferenza. La parola che ci ha accolto proprio sotto la stazione Centrale di Milano, all’inizio della nostra visita, incisa in un grande muro di pietra.

La parola che più mi ha fatto riflettere. L’indifferenza delle persone verso l’avvenimento più triste e folle della nostra storia. Nostra non solo perché ci riguarda come esseri umani, ma perché proprio in Italia, a Milano, sotto la stazione Centrale, si trova il Binario 21.

Utilizzato per anni come mezzo di deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio nazisti dove, prima dello sterminio fisico, veniva sterminata la loro dignità. Gettati in questi treni e rinchiusi per settimane senza cibo né acqua, senza un minimo di igiene, senza distinzione tra uomo o donna, bambino o anziano.

Non erano persone, almeno, non lo erano più.

Una volta entrati in questi “mezzi dello sterminio” uscirne vivi era impossibile… Pensare che molti di essi erano gli stessi che in passato servirono la patria. Esatto. Gli stessi italiani, solo per professare un credo differente o perché di origine ebraica, venivano rapiti e fatti sparire, cancellandoli dalla società.

Questo memoriale della shoa è stato ideato per non dimenticare. Per far si che la parola indifferenza, quella che Antonio Gramsci definì come <<il peso morto della storia>>, rimanga nelle nostre menti e ci ricordi cosa ha causato.

Sì, perché il compito della storia è proprio quello di far si che certe cose insegnino, che non bisogna dimenticare, poiché cosi facendo rischieremmo di commettere gli stessi errori che ci hanno segnato nel passato e che se commessi di nuovo ci segnerebbero per il resto della vita.

A questo proposito è stato ideato il Muro dei Nomi, un muro che, oltre a farci ricordare il terribile evento, serve a restituire quella dignità che tempo fa, i nostri antenati, avevano perso.

All’interno del memoriale si trova anche un luogo di riflessione e raccoglimento. Questo non vuole essere soltanto un monumento alla memoria di chi non c’è più, ma vuole ricordare di non rimanere indifferenti. Sì, perché ricordare significa rompere l’indifferenza.

Diego Ferretti

Mosaico di nomi dedicato a 1.500.000 bambini deportati
Mosaico di nomi dedicato a 1.500.000 bambini deportati nel periodo della Shoah creato da Yad Vashem

La parola ai protagonisti

Festival di Teatro dei ragazzi – Marano sul Panaro – 23/24 Aprile 2015

 

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Paolo – 4 B liceo

Tutto parte da un viaggio,  un viaggio in treno, un viaggio insieme, un viaggio di vita. Eccoci a Rogoredo, alla ricerca dell’orario e del binario del nostro treno per Bologna. E il treno,  con il suo solito ritardo,  arriva: tutti pronti per vivere una nuova avventura. Un gruppo di ben ventun ragazzi accomunati da una comune passione: il teatro, o meglio, il recitare. Inizia così la nostra prima avventura “in esterna”: presentare il nostro spettacolo al Festival di Marano sul Panaro. E così arrivati, dopo aver cambiato un altro treno,  a Vignola,  ci troviamo ben presto a fare le prove del nostro spettacolo su Calvino. Una prova generale” tecnica”,  senza pathos e senza emozioni,  ma che ci dà già un grande senso di forte unione: ormai siamo diventati gruppo. Ci siamo poi fermati a vedere una rivisitazione contemporanea di “Romeo e Giulietta”  da parte di una scuola teatrale di San Marino.  Con loro e, il giorno successivo, con degli attori di Verona abbiamo instaurato un rapporto di amicizia. Ed è stato anche questo un aspetto molto positivo del Festival: un punto di incontro tra giovani coetanei. Poi è toccato a noi salire in scena: l’emozione si faceva sentire sin dalle prime ore del mattino e alle. 8.30 circa eravamo già in teatro per poter fare un oretta di training prima di andare in scena. Un training intenso per poter far salire l’energia,  che normalmente la mattina è molto bassa,  poi dieci minuti di concentrazione e di silenzio e poi in scena. Sicuramente l’inizio non è stato dei migliori, eravamo in mezzo a ragazzi delle scuole che erano in teatro solo per poter perdere qualche ora di lezione,  ma noi tutti, stringendo i denti  e cercando di esser sempre composti, anche davanti a persone che ti ridevano letteralmente in faccia, abbiamo portato a casa lo spettacolo. E dopo la seconda tornata di applausi, come insegna il buon Marco Pernich, ci siamo finalmente distesi e rilassati dopo uno spettacolo così difficile per le condizioni. La giornata è poi andata avanti con lo spettacolo di quelli di Verona che hanno portato in scena uno strano spettacolo sul rapporto adolescenti-tecnologia-adulti che da noi è stato molto apprezzato per la caratterizzazione dei personaggi e la semplicità della trama, che sicuramente si avvicinava molto al nostro lavoro “scolastico”. Per concludere la giornata abbiamo assistito e partecipato ad una strepitosa lezione sullo scrivere, o meglio sull’inventare una storia,  a partire da delle lettere a caso. Infatti a partire da una lettera pescata alla volta siamo arrivati a scrivere un’assurda storia: una quaglia che balla un tango in palestra è attaccata da un armadillo di nome Pepito. Poi il ritorno in treno: la felicità di tornare dopo due giorni piuttosto faticosi, ma anche la tristezza di lasciare un luogo dove abbiamo vissuto un’esperienza così intensa. Con questi due giorni credo che il nostro gruppo teatrale non solo è diventato più “forte” ma soprattutto più unito: un gruppo di amicizia.

 

Mariaelena – 5 C liceo

Sono partita carica, o meglio, sovraccarica di emozioni e preoccupazioni. Ad essere sincera non ero tanto convinta di voler partire. In un periodo in cui ansia e tristezza dominavano alternativamente le mie giornate non mi sentivo in grado di reggere più nulla di nuovo o inaspettato. Volevo restare nella mia “comfort zone” e chiudermi nella sicurezza della routine e dello studio. Ma non potevo tirarmi indietro perché, chi come me fa teatro da ormai 5 anni lo sa, quando fai parte di un gruppo non puoi pensare solo a te stesso. Così ho deciso di mettermi alla prova. Non posso dire che questi due giorni siano stati una passeggiata. Ho avuto degli attimi di cedimento e la voglia di chiudermi in me stessa è stata forte. Ma è proprio in questi momenti che ho scoperto quanto sia importante fare parte di un gruppo. In due giorni ho conosciuto i miei compagni di laboratorio meglio di come abbia fatto in un anno. Ho scoperto persone simpatiche, disponibili, e soprattutto umane. Ho capito il valore della collaborazione. Non vorrei banalizzare il concetto nella frase “l’unione fa la forza”, eppure è così. Venerdì, di fronte a un pubblico tremendo che cercava a tutti i costi di metterci in difficoltà, chiunque di noi sarebbe crollato. Invece non è stato così. Tutti insieme siamo riusciti ad affrontare la situazione e ne siamo usciti in maniera dignitosa. Ho capito che ogni situazione, per quanto possa apparire difficile o insostenibile, va affrontata a testa alta perché non siamo soli e non dobbiamo avere paura di chiedere aiuto. Ho trascorso due giorni diversi, lontano dalla quotidianità e ho capito che ogni tanto bisogna anche concedersi di uscire dagli schemi. Insomma, questa per me non è stata solo un’esperienza nuova dal punto di vista teatrale, ma anche una grande esperienza di vita.

 

Alessia Z. – 3 A liceo

Questa esperienza per me è stata fantastica e divertente.

Prima di tutto, in questo modo ho staccato un po’ la spina dal continuo ripetersi dei giorni sempre uguali e monotoni, casa/scuola e scuola/casa facendo una cosa diversa e piacevole. Poi mi ha dato l’ occasione di conoscere meglio ragazzi del gruppo di teatro con cui prima, passando solo due ore alla settimana insieme, non avevo molto legato.

Inoltre ho avuto l’opportunità di conoscere persone nuove; ragazzi provenienti da altre città che avevano il nostro stesso interesse: fare teatro.

Questa esperienza mi ha fatto mettere in relazione con loro, condividendo o dissentendo le loro opinioni sul teatro.

E’ stata molto divertente sia nei momenti in cui eravamo in pausa e quindi scherzavamo e giocavamo sia quando lavoravamo, cercando di fare tutti assieme un buono spettacolo.

Il secondo giorno, dopo la rappresentazione, abbiamo partecipato al laboratorio di scrittura.

Se devo essere sincera all’inizio pensavo che sarebbe stato noioso e pesante, ma poi partecipandovi l’ho trovato piacevole e interessante. Le persone che sono venuti a tenerci questa lezione ci hanno fatto capire che per scrivere una storia non ci vuole per forza un grandissimo ingegno, ma basta tanta fantasia e divertimento.

Prima che lo spettacolo cominciasse mi sentivo agitata e nervosa tanto che avrei voluto scappare. Ma poi appena la musica è iniziata mi sono sentita serena e rilassata, ripetendomi che avevamo fatto così tante prove che non avrei potuto sbagliare neanche volendo.

Alla fine lo spettacolo è andato piuttosto bene, certo come pubblico era davvero pessimo, ci insultavano e prendevano in giro, però non abbiamo rinunciato e siamo andati avanti fino alla fine a testa alta.

Mi piacerebbe molto ripetere questa esperienza del festival.

In fine il percorso che ho fatto con il laboratorio teatrale è stato molto bello e significativo, mi ha fatto crescere e maturare. Ovviamente ci sono stati momenti in cui ero stanca e non ce la facevo più (il training!), però anche questo mi è servito molto per lo spettacolo.

Il prossimo anno mi riscriverò al laboratorio sicuramente.

 

Andrea B. – 2 A liceo

Non appena ci è stato proposto di partecipare al Festival del Teatro dei Ragazzi a Marano sul Panaro, al contrario dei miei compagni, ero molto scettico. Per natura sono un tipo chiuso e non amo molto le compagnie numerose.

In realtà mi sono dovuto ricredere. Il viaggio è stato molto bello e mi sono divertito molto. Ho apprezzato molto gli sforzi della prof. Glorioso, del regista Pernich e di Elisa la nostra trainer, ma anche della scuola, nel realizzare questo viaggio.

Sono stato bene con i miei compagni di avventura, abbiamo fatto il viaggio in treno senza problemi e abbiamo ricevuto una calorosa accoglienza dal personale dell’albergo che era semplice ma pulito.

L’unico lato negativo è stato doverci esibire al mattino presto ancora non in piena forma. Da segnalare inoltre il pubblico rumoroso che è venuto a vedere lo spettacolo.

Il bilancio è quindi positivo e mi piacerebbe partecipare il prossimo anno ad un evento come questo.

 

Alessia U. – 3 C ITC

Questi due giorni passati con il gruppo di teatro a Vignola sono stati divertenti e interessanti, sopratutto perché ha consolidato il gruppo ci siamo conosciuti e capiti più approfonditamente.
Lo spettacolo è andato bene, abbiamo affrontato un pubblico molto difficile.
Ma l’importate che ci siamo divertiti.
Un’esperienza da rifare.
Voglio ringraziare Marco ed Elisa e in particolare la Prof. Glorioso sempre disponibile e sempre aperta a noi ragazzi.

 

Andrea Z. – 2 C liceo

Due giorni pieni di scoperte e divertimento
Di condivisione e di confronto
Di amicizie e di risate
Una bella esperienza con persone altrettanto stupende
Spero di poter rivivere momenti simili con loro, magari l’anno prossimo, al prossimo festival dei ragazzi.

Sono davvero soddisfatto e mi sento un po’ cambiato.Infatti, e attribuisco il merito al laboratorio, probabilmente non avrei mai parlato davanti ad un pubblico tanto numeroso come quello di Marano!
Sento di aver acquisito un po’ di sicurezza, non solo a teatro, ma nella vita di tutti i giorni.
Il laboratorio ha rappresentato un momento di incontro e di distacco dalla quotidianità, dai pensieri, dalla scuola, dai problemi.
Ho ricevuto stimoli che mi hanno fatto pensare e vedere le cose da altre prospettive ed è per questo che vorrei ringraziare tutti coloro che portano avanti tale laboratorio e la scuola perché ci tiene, ci crede!

 

Veronica – 4 A liceo

I giorni 23 e 24 aprile il laboratorio teatrale della nostra scuola si è recato a Marano sul Panaro per partecipare a un festival di teatro dei ragazzi. Dopo un viaggio di circa due ore con il treno siamo arrivati a Vignola dove c’era l’albergo, abbiamo lasciato i bagagli in hotel e ci siamo diretti a Marano dove abbiamo fatto le prove con esito un po’ negativo. Alla sera abbiamo visto lo spettacolo “Giulia e Romeo” di un gruppo di ragazzi di San Marino. La trama dello spettacolo era la solita storia di Romeo e Giulietta e io sinceramente mi aspettavo una rivisitazione dell’opera originale. Dopo lo spettacolo abbiamo mangiato insieme ai ragazzi di San Marino e poi siamo tornati in albergo. Il giorno dopo, cioè venerdì 24, alle ore 9:00 siamo andati in scena dopo aver fatto training; lo spettacolo nel complesso è andato bene, ci siamo trovati davanti a un pubblico un po’ difficile composto da ragazzi dalle scuole elementari fino alle superiori, continuavano a fare battutine e a ridere però allo stesso tempo mi ha colpito tantissimo un bambino che durante il mio monologo iniziale mentre raccontavo  la storia del mio personaggio mi ha detto che mi avrebbe aiutato lui.  Dopo di noi è andato in scena uno spettacolo di un gruppo di Verona, questo spettacolo mi è piaciuto perché al suo interno c’erano riflessioni riguardanti la vita di noi adolescenti. Secondo me questo festival è stata un’esperienza bellissima perché ci ha permesso di conoscere altri ragazzi come noi che vivono, seppure in modi diversi, la stessa esperienza, inoltre ci ha dato la possibilità di crescere, di conoscerci e di unire il gruppo.

 

Andrei – 2 C liceo

Ho trovato la gita molto divertente e nel complesso la più soddisfacente della mia vita (finora). Mentre trovo che il luogo non abbia una grande varietà di ristoranti, il clima era piacevole e la natura sufficientemente bella. Personalmente ho trovato la mia parte dello spettacolo molto deludente e poco coinvolgente per gli spettatori, ma questa è la mia performance. Infine però la compagnia non era male e c’erano pochi incidenti “diplomatici” (causati da me). Ciò mi rende particolarmente contento dell’esperienza.

 

Valeria P. – 3 B liceo

Questi due giorni trascorsi con il gruppo del laboratorio teatrale d’istituto al Festival teatrale di Marano sul Panaro sono stati sicuramente la più bella esperienza di quest’anno scolastico.

Personalmente ho partecipato al laboratorio teatrale dell’Istituto Calvino per tre anni di seguito (incluso quest’ultimo) e finora ho avuto la possibilità di partecipare a due festival (ma solo uno di più giorni). Tirando le somme, posso affermare che in questi tre anni il laboratorio teatrale mi ha molto aiutata a imparare a esprimermi davanti agli altri, a usare la voce ma, anche e soprattutto, ha migliorato la mia capacità di lavorare in gruppo, inizialmente pressoché nulla.

Soprattutto durante il Festival del Teatro dei Ragazzi, mi sono sentita davvero parte di una compagnia che, a mio parere, quest’esperienza ha reso più unita e più forte. Dico più forte perché, per la prima volta dopo due anni, ci siamo trovati di fronte a un pubblico che, almeno a me, è sembrato di gran lunga più difficile di quello abituale, composto da familiari e amici. Ma proprio grazie a questo pubblico abbiamo imparato ad appoggiarci e a sostenerci nei momenti che precedono lo spettacolo e anche durante e dopo, nel momento delle critiche. Inoltre, passare la notte fuori, mangiare e spostarci insieme, affrontare le difficoltà di ogni giorno con persone che normalmente ho sempre visto solo una volta alla settimana, è stata un’esperienza nuova, che ha messo alla prova la mia capacità di adattamento e ha giovato alla nostra unione.

Durante il Festival abbiamo assistito agli spettacoli di altre due compagnie teatrali: una di San Marino e una di Verona. Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con ragazzi come noi che, però, hanno messo in scena spettacoli diversi dal nostro, sia per l’argomento trattato, sia dal punto di vista stilistico. Il primo spettacolo, molto più “classico” del nostro, era una rielaborazione dal punto di vista di Giulietta di “Romeo e Giulietta” di Shakespeare. Il secondo, invece, almeno secondo me, era molto più vicino al nostro, come genere: ispirato a un opera di Sachiko Kashiwaba, raccontava la storia di quattro ragazzi che, giunti per caso in un paese fantastico, per la prima volta si trovano a dover imparare a essere umili, a guadagnarsi ciò che vogliono e ad aiutare gli altri.

Dopo entrambi gli spettacoli abbiamo passato del tempo con i nostri “colleghi”. È stata un’occasione per confrontarci con dei coetanei e anche per farci qualche nuovo amico.

Il pomeriggio del secondo giorno abbiamo partecipato a un laboratorio di scrittura creativa, con due esperti del campo: uno scrittore e un disegnatore. Questi ci hanno mostrato come si possano inventare nuove storie in modo facile e come una storia possa essere manipolata cambiando la forma in cui è scritta. Quindi dopo aver deciso tutti insieme le caratteristiche fondamentali di un nuovo racconto (protagonista, ambientazione, evento scatenante ecc.) accompagnato da disegni, ci è stato chiesto di provare a scrivere la storia completa. Alla fine, lo scrittore ha invitato chi ne avesse voglia a leggere la propria storia davanti a tutti; alcuni miei compagni hanno letto il proprio lavoro ed in particolare quelli di Andrea Barranco, Marco Coccia e Mariaelena sono stati molto apprezzati da tutti i presenti.

L’attività di scrittura creativa è stata sicuramente preziosa anche come aiuto per la  stesura di temi in classe ma, soprattutto, ha stuzzicato la nostra fantasia e ci ha dato degli strumenti in più per i futuri spettacoli  (dal momento che nel nostro laboratorio siamo noi studenti a inventare i testi).

Al momento del ritorno a casa abbiamo portato con noi molto più del nostro bagaglio di partenza. Penso che questa esperienza mi sia stata utile sia come studente che come persona e ringrazio la scuola per avermi offerto questa grande opportunità assieme a quella di partecipare al laboratorio teatrale.

Personalmente penso che questo sia fare scuola: il teatro ci dà una possibilità in più di esprimerci e sviluppare le nostre abilità.

 

Cristian – 1 B liceo

Questo è il primo anno e la prima volta in cui ho partecipato ad una esperienza del genere. In principio non avevo dato molta importanza al laboratorio di teatro perché non era affatto un’attività che mi poteva riguardare, in quanto sono un ragazzo un po’ timido. I miei genitori mi hanno chiesto varie volte se avevo intenzione di iniziarlo, ma io non ne ero molto d’accordo. La mia professoressa chiedeva e invogliava nella mia classe a partecipare all’attività di teatro, ma io ero sempre incerto se accettare la sfida con me stesso e parteciparvi. Quando ci fu lo spettacolo a scuola, e noi classi del biennio siamo andate a vederlo, mi ha colpito molto il lavoro esposto sul palco. Da quel momento ho deciso di intraprendere questo nuovo cammino. All’inizio mi era un po’ difficile aggregarmi con il gruppo perché in fondo non conoscevo nessuno e farmi avanti mi era un po’ difficile. Quasi tutti del gruppo si conoscevano ormai da tempo, mentre io ero sempre solo. Dopo alcuni incontri ho iniziato a fare un po’ di amicizie e infine ho conosciuto tutti. I miei compagni di teatro mi hanno accolto con le braccia aperte e sono contento di essere simpatico a molti. Durante la preparazione per il nostro spettacolo io mi sono voluto incarnare in un personaggio secondario di Marcovaldo: Michelino, e da quel momento sono Michelino per la maggior parte di loro.

Quest’uscita al festival di Marano sul Panaro è stata un’occasione per conoscere meglio i miei compagni di teatro e condividere con loro due giorni, che infine sono stati per me molto preziosi, ma anche un po’ faticosi. Ho potuto far amicizie con altri ragazzi che svolgono la stessa mia attività e sono molto contento di aver assistito ai loro due spettacoli, molto diversi dal nostro. Sono molo dispiaciuto per i diversi commenti che ho sentito nominare dai ragazzi delle scuole di Marano nei confronti dei miei compagni di Verona che hanno fatto un lavoro molto bello ed entusiasmante.

Il teatro mi sta aiutando molto a combattere la mia timidezza ed emotività e grazie a questo mi sento più sicuro e non ho timore di reagire nelle situazioni difficili.

Sicuramente continuerò questa avventura e la propongo vivamente ai miei coetanei.

 

Giovanna – 3 A liceo

L’esperienza del Festival è stata fantastica. Penso di non essermi mai divertita così tanto facendo teatro, e il fatto stesso di divertirmi con tutti gli altri ‘attori’ mi ha fatto rendere conto della grande importanza del gruppo, di ‘noi’ del laboratorio teatrale. Sono sicura di non aver mai sentito il teatro così vicino come quest’anno e specialmente durante questi due giorni a Marano. Inoltre, avere la possibilità di conoscere altri ragazzi che, diversamente da noi, frequentano delle vere e proprie scuole teatrali, mi ha fatto accorgere che, una volta saliti sul palco, le emozioni e le paure che ci accomunano sono talmente simili che assottigliano sempre di più fino a far sparire quasi completamente le nostre differenze. Perché sul palco non importa se siamo ragazzi di Rozzano, Verona o San Marino, importa solo quanto siamo capaci di interpretare il ruolo che ci è stato assegnato. Siamo unicamente degli attori.

Ringrazio Marco Pernich ed Elisa per il grande lavoro che hanno svolto con noi, sottolineando costantemente l’importanza dell’unità del gruppo; la professoressa Glorioso per tutto l’impegno dimostrato nei nostri confronti e il Preside Marco Parma per averci dato la possibilità di vivere quest’esperienza stupenda.

 

Marco – 2 B liceo

L’esperienza di Marano è stata davvero speciale, divertente e appagante. È stato bello potersi confrontare con altri ragazzi che condividono la nostra passione ma anche, e soprattutto, confrontarci tra di noi del gruppo del Calvino. Ci siamo uniti moltissimo in soli due giorni passando dall’essere semplicemente “tutti amici di tutti” diventando un vero GRUPPO unito. Ho sempre amato il confronto costruttivo e questi due giorni ne sono stati colmi! Parlare con la mente aperta con persone di diverse etnie, scuole di pensiero politico, filosofie di vita e molto altro ha permesso a me, e spero a tutti, di crescere molto. Suppongo si sia già capito da quanto sopra ma lo ribadisco: la cosa più bella del gruppo teatrale è proprio essere un GRUPPO e queste due giornate hanno spinto molto in questa direzione.

 

Matilde – 2 A ITC

Penso che la gita sia stata molto bella e anche d’aiuto per le persone nuove del gruppo o che non si erano inserite del tutto.
Il nostro secondo giorno abbiamo avuto lo spettacolo di mattina, non e’ stato molto facile perché non abbiamo avuto molta collaborazione dagli insegnanti che accompagnavano le classi. Per il resto dello spettacolo abbiamo messo tutte le energie che avevamo per far un bello spettacolo, ed infatti il risultato e’ stato che e’ piaciuto a tutti.
Questa esperienza ci ha legato tutti, anche più di prima.
Io vorrei ringraziare personalmente Marco, Elisa, la professoressa Glorioso e tutti i miei compagni del laboratorio per la magnifica esperienza che mi hanno regalato, da quando ho iniziato il laboratorio, l’anno scorso, fino ad oggi.

 

 

“L’ultima sigaretta”

Vi è mai capitato di decidere di prendere in mano un libro che per tanto tempo avete trascurato e scoprire che non ci sarebbe stato momento più opportuno per farlo? Vi è mai successo di ritrovare tra le pagine di quel libro parti di voi stessi e delle emozioni che state provando in quel particolare momento della vostra vita? A me sì.
Sul comodino di camera mia giaceva dimenticato “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, l’ultimo dei romanzi assegnatoci come lettura estiva l’estate scorsa che però, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché, devo ammetterlo, il titolo e la quantità di pagine mi scoraggiava, mi ero limitata solo ad “assaggiare”. Dopo un anno, spinta dal senso di dovere e dall’ansia del fatidico “esame di stato”, ho deciso di riprenderlo in mano. E’ proprio sfogliando le prime pagine del libro, nelle quali il protagonista, Zeno Cosini, parla della sua dipendenza dal fumo, che mi sono resa conto di quanto un classico possa essere attuale. In questo capitolo il protagonista descrive la sua “malattia” del fumo come qualcosa di profondamente radicato in lui. Ogni volta che sembra determinato a uscire dalla dipendenza, decide di fumare “l’ultima sigaretta” prima di smettere. Ovviamente, quella sigaretta, in quanto ultima, assume un “sapore” speciale. Il problema è però che l’ultima sigaretta non c’è mai, perché difatti Zeno non ha mai la forza di staccarsi da quel vizio. Ogni occasione di felicità sembra perfetta per fumare “l’ultima sigaretta”, ma ogni momento buio riporta il protagonista a trovare riparo nella sua dipendenza.
Ecco, ora provate a togliere la parola “sigaretta” e sostituitela con qualsiasi altra cosa. Vi siete mai trovati in una situazione simile? Io mi sento esattamente così. Quante volte vorremmo voltare pagina, quante volte sentiamo che stiamo sbagliando, che siamo attaccati ad un passato che ci fa soffrire, che siamo prigionieri di qualcosa, di qualcuno o peggio di noi stessi, dei nostri pensieri, delle nostre paranoie e nonostante questo non riusciamo a farlo? Ci concediamo sempre “l’ultimo momento” perché in fondo cambiare ci spaventa. Ciò che è sicuro, per quanto ci possa far stare male, è controllabile. Peggio ancora poi se la cosa che ci provoca sofferenza ci “ammalia” e ci fa credere che tutto vada bene. Bisognerebbe smettere di pensare all'”ultima sigaretta” e capire che le situazioni difficili si combattono da subito: se c’è sempre bisogno dell'”ultima sigaretta” per ricominciare a “vivere” bisogna accettare l’idea che una parte di noi non vuole davvero cambiare, o è troppo debole per farlo. Cosa fare in questo caso? Forse basterebbe chiedere aiuto.

Fine del liceo, esame di stato, futuro. Cosa fare?

Per le classi quarte inizia ad affacciarsi il problema della scelta per il futuro. Cosa fare dopo il liceo? Per chiarire un minimo le idee degli studenti alcuni membri del Rotary Club hanno tenuto un incontro nell’auditorium della scuola.

La novità è stata il modo in cui si è trattato l’argomento: non sono stati esposti solo gli aspetti positivi ma si è avuto un occhio più critico, notando come i risultati dei test degli ultimi anni siano notevolmente peggiorati.

Inoltre abbiamo parlato di medicina, di quanto sia dura questa facoltà, di coloro che si offrono volontari per i servizi pubblici di sanità e di chi lavora al pronto soccorso.

La parte più interessante, a mio parere, è stata la simulazione di due infermieri dell’Istituto Clinico Humanitas: ci hanno mostrato come intervenire in caso ci sia un uomo privo di sensi, ci hanno spiegato punto per punto cosa fare e quali strumenti usare (il defibrillatore in questo caso).

I dubbi, per quel che mi riguarda, non sono stati risolti ma ora tutti abbiamo degli elementi di giudizio in più per fare le nostre scelte, ovvero per decidere del nostro futuro.

Le sofferenze fanno crescere?

“Le sofferenze ci fanno crescere”. Questa, che puó sembrare una frase da Baci Perugina, per quanto mi riguarda è una profonda verità. Ma in che senso soffrire ci fa crescere? Intendo dire che vivere una situazione complicata, che ci fa stare male, ci rende più consapevoli della nostra vita. Posso dire per esperienza che lottare ogni giorno contro me stessa e essere in un certo senso privata della mia libertà mi ha fatto rivalutare tutto ció che prima davo per scontato. Ho capito quali fossero i miei veri desideri e obbiettivi, ho riordinato le mie priorità e ho scoperto che, anche se a volte non ci sembra così, basta veramente poco per essere felici. In realtà basta rendersi conto che anche solo la quotidianità è la cosa più bella che ci sia. Ma tutto questo l’ho capito solo dopo aver attraversato un periodo un po’ difficile.
E voi cosa ne pensate? Dal dolore puó nascere qualcosa di positivo?

Il metodo socratico nella scuola di oggi

Il metodo socratico, la maieutica, non vuole trasmettere nozioni, ciò che conta è la ricerca, tramite il dialogo, non della verità assoluta e superiore ma di una verità che raggiunta potrà e dovrà essere rimessa in discussione. Il maestro allora è realmente sullo stesso piano dei discepoli, non è un modello che si abbassa al loro livello: questo non occorre poiché è il dialogo stesso che li rende eguali: nessuno è depositario di verità, tanto meno Socrate che va sempre ricercando e investigando. Dialogando inoltre si realizza un comportamento concretamente virtuoso perché il confronto con l’altro implica il rispetto, l’ascolto serio, vero e interessato delle ragioni dell’interlocutore a cui si dà spazio con la tecnica delle brevi domande e risposte.
Il dialogo è quindi la condizione che permette il riconoscimento della verità e la realizzazione di un comportamento autentico e virtuoso.
Similmente, la scuola di oggi, non dovrebbe limitarsi a insegnare dei concetti ma sollecitare l’alunno a un autonomo sviluppo delle proprie capacità.
Secondo me si dovrebbe cominciare a formare le persone da un punto di vista umano e discutere su argomenti che possono offrire nuovi spunti di riflessione. Se un insegnante si impegnasse ad applicare la maieutica con gli studenti, potrebbe ridare vita a una scuola ormai in crisi. Infatti i giovani non hanno più alcuno stimolo quando vanno a scuola, l’unico intento che li spinge a continuare gli studi, è ricevere il diploma, fondamentale per trovare un lavoro. in questo modo però la scuola si sta trasformando da un mezzo per crescere interiormente e culturalmente, a un luogo dove bisogna obbligatoriamente andare per un tot di anni per prendere il pezzo di carta e lavorare.

La maledizione del reality colpisce anche la scuola

Sabato pomeriggio. Seduta sul letto guardo un programma, più precisamente un talent show di canto e ballo, “Amici”, che purtroppo è andato perdendo di qualità di anno in anno ma nonostante ciò continua ad appassionarmi. Poi ad un certo punto si sospende il programma e danno la pubblicità. Mi sembra strano, dovrebbe mancare ancora mezzora. Invece scopro che da quest’anno l’ultima mezzora sarà dedicata a “La scimmia”, un reality dove dei ragazzi frequentano una scuola e si sfidano per raggiungere la maturità con il massimo dei voti. Avevo sentito parlare di questo programma e del fatto che fosse stato sospeso per i pochi ascolti, ma non me ne ero mai interessata. Provo ad ascoltare, magari ho capito male, magari lo scopo del reality è un altro. No, è proprio così, ci sono interrogazioni, verifiche e voti. Ci sono ragazzi diciottenni che lasciano la scuola per frequentarla all’interno del reality e ci sono ragazzi che addirittura non hanno raggiunto la maturità negli anni passati e tentano di farlo davanti alle telecamere. Ci sono discussioni, si sentono frasi come “io sono venuto qua per studiare” oppure “non trovo giusto che certa gente cerchi scappatoie” e c’è addirittura chi sostiene che è troppo faticoso, chi raggiunge a stento la media del due e si lamenta, chi ha usato i soldi datigli per l’iscrizione a scuola per scopi personali. Ho l’impressione che essi non si rendano proprio conto di cosa voglia dire studiare davvero, studiare per se stessi, studiare per la speranza di essere premiati in futuro e non di essere pagati per farlo. Strano però, anche loro sono stati studenti. Ora mi chiedo: qual è il messaggio che dà questo programma? A cosa serve studiare se poi c’è gente che non lo ha fatto e non solo ha un’altra occasione, ma viene addirittura pagata per sfruttarla? Cosa devono pensare i giovani davanti a trasmissioni come questa? Non è forse una strumentalizzazione dell’insegnamento? Voi cosa ne pensate?