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Un mondo in continuo cambiamento

Ci troviamo in un mondo in cui le donne non hanno le stesse possibilità in ambito lavorativo e sociali di un uomo, nonostante l’epoca in cui siamo dovrebbe permettere lo sviluppo di una mentalità più aperta nei confronti delle donne permettendo di avere la parità dei sessi, tenendo conto di ciò che è successo nella storia, di donne che hanno cercato di farsi valere per cambiare la loro condizione e che molto spesso ci sono riuscite. Ma come si può vedere da diversi esempi, ci sono ragazze e donne che solo recentemente per la prima volta riescono ad ottenere le stesse cariche, lavori, possibilità degli uomini. Una dei personaggi che voglio presentare in questo articolo, come donna che è riuscita a raggiungere un traguardo mai raggiunto da nessun’altra è Fabiola Gianotti.

Fabiola Gianotti è una fisica nata il 29 ottobre 1960 a Roma. Studia a Milano al liceo classico, dove grazie alla lettura della biografia di Marie Curie, una scienziata, si appassionò alla fisica.

É stata una scienziata, Marie Curie, a ispirarmi e influenzarmi nella scelta di studiare fisica.”

 

Così si iscrisse alla facoltà di fisica. E grazie alle sua grandi aspirazioni e alla sua determinazione riesce nel 1987 ad entrare al CERN di Ginevra (organizzazione europea per la ricerca nucleare) contribuendo a diversi esperimenti. L’esperimento più importante a cui prende parte è l’Atlas, a cui migliaia di fisici partecipano e ne diventa coordinatrice.

Non abbandonare mai i tuoi sogni. Potresti rimpiangerlo per il resto dei tuoi giorni.”

 

È una donna che ha saputo valorizzarsi in un ambiente prevalentemente maschile; poche donne tendono a diventare scienziate e fisiche poiché poco incentivate dalla società in cui viviamo. Gianotti però non è una di quelle, anzi per i suoi meriti viene addirittura inserita nella rivistaTime”e nella rivista “Forbes”tra le cento donne più potenti al mondo.

La svolta decisiva nella sua vita sia come donna che come fisica si ebbe nel 2014, quando viene scelta per la carica di direttore generale, è la prima donna nella storia a cui viene assegnato un incarico del genere. Dopo 60 anni il CERN è guidato da una donna. È proprio questo quello che riuscì a raggiungere Fabiola Gianotti, un posto fino ad allora destinato agli uomini. Come si può capire dalla sua vita, fu una donna che si contraddistinse per le sue spiccate doti nell’ambito della fisica e divenne una delle donne più influenti del tempo. Una donna che a poco a poco, passo dopo passo ha raggiunto lo stesso livello dell’uomo. Gianotti è una donna che è riuscita farsi vedere per quello che è, cioè prima di tutto un essere umano che ama la fisica e poi una donna. Si è dimostrata alla pari di un uomo, se non meglio in quanto diventata direttore generale del CERN. Questo è quello che sta accadendo nella società, sta cambiando in meglio facendo diventare a poco a poco il mondo un posto dove anche le donne possono avere le stesse opportunità degli uomini.

Continueremo a incoraggiare le giovani scienziate a impegnarsi nella ricerca, vigileremo perché abbiano sempre le stesse opportunità dei loro colleghi maschi.” 

Chiara Martini

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“La unica lucha que se pierde es la que se abandona” – Rigoberta Menchu Tum

 

                       “L’unica lotta che si perde è quella che si abbandona”.

 Le parole di Rigoberta Menchu , esprimono bene la tempra e il carattere di questa donna.. Rigoberta Menchu Tum fin da giovane ha lottato per ciò che ritiene giusto. E’ appunto,secondo me, una cattiva ragazza: si merita anche lei l’etichetta linguistica affibbiata alle donne che non sottostanno alle regole del loro paese, Rigoberta Menchu è una di loro.

                                                     

Siamo abituati ad una vita tranquilla noi studenti; scuola,compiti,amici. In molti paesi i nosrti coetanei non sono così fortunati. In Guatemala, negli anni 60,la vita riservava molte sorprese. Nelle fincas del Guatemala la vita era molto dura ed il padre di Rigoberta, un uomo forte,si batteva come guida (l’eletto) della comunità contro i proprietari terrieri, i quali approfittando dell’analfabetismo degli indigeni, volevano togliere loro la terra. Le condizioni di lavoro degli indigeni provocavano molte malattie dovute agli sbalzi di temperatura tra l’altopiano e la costa . Rigoberta, all’età di cinque anni, vide morire davanti a se i suoi fratelli e successivamente sua madre. Ciò suscitò in lei la volontà di riscattare se stessa e l’ intero popolo. Nel 1977 entrò a far parte clandestinamente di un’organizzazione, il CUC (Comitato di Unità Contadina), in cui gli indigeni si battevano contro i proprietari terrieri e chiedevano un aumento del salario nelle fincas, avviò molte battaglie per le dignità del suo popolo, finché nel 1992 ricevette il premio Nobel per la pace,diventando anche ambasciatrice dell’ONU.

Lei ha sempre creduto nel cambiamento delle condizioni di vita e di lavoro e nel rispetto per i diritti delle popolazioni indigene. Negli anni della lotta la sua determinazione divenne famosa in tutta Europa e furono molti i parlamentari italiani e europei, docenti universitari e numerosi giornalisti che la sostennero.

Ancora Rigoberta Menchu lotta per i diritti del suo popolo:

MI TIERRA

[…] Tierra mía, madre de mis abuelos,            

         Il mio paese, la madre dei miei nonni,             

 quisiera acariciar tu belleza,                                      

         vorrei accarezzare la tua bellezza

contemplar tu serenidad                                                              

       contemplare la tua serenità

acompañar tu silencio.                                                                     

      e accompagnare il tuo silenzio.

Quisiera calmar tu dolor,                                                               

      Vorrei lenire il tuo dolore,

llorar tu lágrima al ver                                                                

       piangere le tue lacrime a vedere

tus hijos dispersos por el mundo,                                                      

       i tuoi figli sparsi in tutto il mondo

regateando posada en tierras                                                      

       mercanteggiare terre lontane

lejanas sin alegría, sin paz,                                                           

     senza gioia, senza pace,

sin madre, sin nada.                                                                           

    senza madre, senza nulla. 

 

Una mujer con imaginación es una mujer que no sólo sabe proyectar la vida de una familia, la de una sociedad, sino también el futuro de un milenio.

Una donna con l’immaginazione è una donna che non solo sa come pianificare la vita di una famiglia, di una società, ma anche il futuro di un millennio.

 

Lisa Orsini

I regolamenti possono fermare la determinazione di un’atleta?

Inizio della maratona

Kathrine Switzer: una ragazza che non si arrese mai

“Nella vita ho avuto fortuna. I miei genitori ed Arnie mi hanno sempre detto che potevo fare qualsiasi cosa. Come donna non mi sono mai accontentata di giocare con le bambole o fare solo la cheerleader. Sì, mi piaceva giocare con le bambole od indossare bei vestiti, ma mi divertivo anche ad arrampicarmi sugli alberi e a fare sport. Dopo la mia esperienza a Boston, capii che vi erano milioni di donne al mondo che erano cresciute senza credere di poter superare i limiti a loro imposti. Volevo fare qualcosa per migliorare le loro vite. Ciò di cui abbiamo bisogno è il coraggio di credere in noi stesse ed andare avanti passo dopo passo.”: le parole di Kathrine Switzer sicuramente la collocano tra le cattive ragazze.

Fin da bambina ha amato lo sport, tanto che quando ha avuto l’età adatta anziché diventare una cheerleader ha scelto di diventare un’atleta. Il primo sport è stato l’hockey su prato, uno sport poco apprezzato al college, perciò decise di dedicarsi all’atletica; eppure anche in questo ambito ebbe difficoltà ad emergere perché negli anni sessanta le corse erano riservate unicamente agli uomini , inoltre la sua presenza nella squadra non era accettata dalla mentalità conservatrice della Virginia. Nel 1966 però avvenne una svolta nella sua vita poiché conobbe Arnie Briggs, il postino dell’università che aveva partecipato alla maratona di Boston per ben quindici edizioni e che divenne il suo mentore. A lui svelò il desiderio di partecipare alla maratona, un progetto per cui si era allenata tenacemente anche nelle fredde giornate d’inverno. Arnie rimase colpito dal progetto ardimentoso, le donne non potevano prendere parte alla maratona. Il postino decise di supportarla, non solo allenandola all’impegno ma anche esortandola a prenderne parte in maniera ufficiale, iscrivendosi alla corsa. Insieme escogitarono un modo per aggirare la burocrazia, iscrivendo Kathrine a nome K.H. Switzer, un nome anonimo che non avrebbe destato sospetti.

Qualche sera prima della gara Kathrine espose il suo obiettivo al fidanzato, Tom Miller, suscitando a lui molta ilarità, tant’è che sostenne che se lei ce l’avesse fatta anche lui ne avrebbe preso parte, d’altronde anch’egli era un atleta seppur di lancio del martello. La corsa proseguì senza intoppi per i primi chilometri di gara, grazie anche alla collaborazione sportiva degli altri partecipanti, finché il direttore di gara si accorse della presenza di un’atleta donna a causa dello scompiglio creato dai fotografi.

John Semple cerca di strattonare e fermare Kathrine

Malgrado i tentativi di fermarla, Kathrine giunse al traguardo grazie all’aiuto del suo stesso fidanzato, che la protesse durante il corso della gara. Ovviamente Kathrine non fu inserita nella classifica finale, ma questo fu un motivo di lotta e negli anni successivi cercò di cambiare il regolamento della associazione affinché comprendesse anche le donne alla maratona.

Nel 1972 Kathrine vinse la sua battaglia, così le donne furono ammesse alla Boston Marathon. Successivamente si dedicò alla sua attività giornalistica promuovendo lo sport, partecipò ancora alla maratona vincendola nel 1974. Grazie alla sua determinazione ed alla sua tenacia,è riuscita a cambiare il regolamento ottuso della corsa in un’opportunità per tutti.

 

 

Davide Fioletti

Kathrine alla Women’s Marathon con il “suo” numero 261

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Una “cattiva ragazza” eccezionale

 La prima volta che ho letto la storia di Oriana Fallaci mi ha ricordato molto quella di Nelly Bly, una giornalista statunitense, anche lei  inviata speciale nelle zone di guerra, e anche lei “ cattiva ragazza” per il solo fatto di essere una giornalista donna. Anche Oriana Fallaci può essere considerata una “cattiva ragazza” perché nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita, sia per il fatto stesso di essere una donna, sia per  il suo pensiero spesso anticonformista, è riuscita a portare avanti la sua passione di giornalista e scrittrice, andando anche in zone molto pericolose come il Vietnam durante la guerra, affermando le proprie idee senza nessuna censura e senza paura delle conseguenze diventando una scrittrice affermata e apprezzata da molti, a tal punto da riuscire con i suoi dodici libri a vendere  venti milioni di copie in tutto il mondo. “Cattive Ragazze” può sembrare un’ espressione negativa ma in realtà nasconde un significato più complesso, infatti, indica tutte quelle ragazze che per raggiungere i propri obiettivi (ottenere un diritto, un lavoro) hanno dovuto infrangere le regole dell’ epoca in cui vivevano e per questo motivo sono state soprannominate “cattive ragazze”. Tra le tante donne che sono state considerate in classe, io ho scelto Oriana Fallaci proprio per il suo carattere determinato nell’ affermare le proprie opinioni.

Come non definire “cattiva ragazza”una donna che dopo aver ottenuto un’intervista con Khomeini,   leader della rivoluzione iraniana del 1979, si tolse il chador impostole prima di accordare l’intervista, in un estremo atto di indipendenza e affermazione di identità. Davanti a tale gesto “l’ayatollah si alzò con uno scatto così svelto, così improvviso, che per un istante credetti d’esser stata investita da un colpo di vento. Poi, con un salto altrettanto felino, scavalcò il chador e sparì”.

 

Intraprese la carriera da giornalista subito dopo la scuola al “Mattino dell’Italia centrale, un quotidiano d’ ispirazione cristiana, dove si occupò di vari argomenti, tuttavia fu licenziata dal quotidiano quando si rifiutò di scrivere un articolo contro Palmiro Togliatti, come le era stato chiesto dal direttore. Oriana, perciò fin da giovane si dimostrò forte e tenace  nell’ imporre il proprio punto di vista. Nel 1961 realizzò un reportage sulla condizione della donna in Oriente ,che poi divenne il suo primo vero successo editoriale intitolato “Il sesso inutile”. Fu anche la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale, infatti, nel 1967 si recò come corrispondente di guerra per il quotidiano “L’Europeo” in Vietnam dove  raccontò sette anni di guerra, documentando menzogne e atrocità, ma anche eroismi e umanità di un conflitto che definì una “sanguinosa follia”. Nel 1975 la Fallaci e Panagulis, suo compagno di vita fino alla morte di lui, collaborarono alle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini, amico della coppia e sarà proprio lei la prima a denunciare il movente politico dell’omicidio dell’ intellettuale. Anche la sua stessa storia d’amore con Panagulis leader dell’ opposizione greca al regime dei Colonnelli, segnò la sua vita; in lui Oriana vedeva un uomo con la “U maiuscola” che si era battuto per la verità, giustizia e libertà del suo paese e raccontò la sua storia  nel libro “Un uomo”. Durante i suoi ultimi anni di vita Oriana Fallaci scrisse un articolo, subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, intitolato “La rabbia e l’orgoglio”, in cui oltre ad attaccare l’islam  accusa soprattutto  l‘Occidente di non aver saputo imporre la cultura occidentale su quella islamica. Nel 2006 Oriana Fallaci muore per un cancro ai polmoni, fu suo preciso desiderio morire nella città in cui era nata e , nonostante fosse atea, decise di donare gran parte del suo patrimonio librario e altri suoi oggetti alla Pontificia Università Lateranense di Roma, poiché il rettore Rino Fisichella era suo personale amico. Questa fu l’ultima contraddizione di una donna ricca di chiaroscuri.

 

 

“Essere donna è cosi affascinante, è un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai ”
(Oriana Fallaci)

 

Chiara Virzì

H.I.P. H.O.P.

Ho idee potenti, ho obbiettivi precisi

“You can take my falafel and hummus, but don’t fucking touch my keffiyeh”. Così inizia l’esibizione di Shadia a New York nel suo tradizionale abito lungo, Shadia Mansour, la giovane rapper ed MC inglese di origine araba che combatte per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi attraverso la musica, l’Hip-Hop.

Shadia è la prima rapper donna araba, infatti è un membro della Arab League of Hip-Hop, ed una delle poche rapper donne che hanno avuto un successo internazionale – tra le altre  Lauryn Hill, leggenda del rap americano e prima donna rapper della storia-.

 

La rapper ed Mc Shadia Mansour

 

I testi di Shadia sono scritti sia in inglese che in arabo e parlano della situazione politica del medio oriente, si schierano apertamente contro l’occupazione, l’integralismo e gli stereotipi sulla donna sia nella società palestinese sia che nell’ambiente Hip-Hop. Ha ricevuto diverse intimidazioni per il suo essere così spregiudicata ed esplicita ma non si arrese, anzi disse invece: “My music sometimes sounds hostile. It’s my anger coming out and it’s resistance. It’s non-violent resistance.” ovvero che la sua musica a volte può sembrare ostile, è frutto della  rabbia che fuoriesce e diventa resistenza, resistenza non violenta, una “Intifada Musicale”

Shadia nasce a Londra nel 1985 da una coppia di cristiani palestinesi originari di Haifa e Nazareth ma rifugiati in Inghilterra, il legame con la sua terra però rimane vivo perché passa le estati della sua infanzia nelle città di origine dei genitori dai parenti tra cui l’attivista, attore, scrittore e regista Juliano Mer-Khamis ovvero suo cugino. È influenzata da musicisti arabi, perciò inizia a cantare sin da bambina partecipando alle manifestazioni e ai cortei di protesta dei Palestinesi e si fece conoscere nella comunità londinese dei Palestinesi..

Nel 2003 intraprende la carriera da rapper con il suo primo singolo: Al Kufiyyeh 3arabeyyeh (The Kufiyeh is Arab) con la partecipazione di M1 del duo newyorkese Dead Prez in cui usa il kufiyeh (il tipico copricapo arabo) come un segno di nazionalismo arabo. Il pezzo nacque alla scoperta di Shadia di un kufiya americano con i colori della Stars and Stripes e con le stelle di Davide, infatti la frase con cui introdusse questo pezzo durante i concerto di New York significa proprio “puoi prendere i miei falafel, il mio hummus ma non azzardarti a toccare il mio kufiyeh”

La rapper divenne in breve tempo conosciuta e rispettata dalle comunità Hip-Hop europee, arabe e americane e ottenne collaborazioni internazionali tra cui Johnny Rosado a.k.a. (also know as) Juice, il produttore dei leggendari Public Enemy.

Shadia tuttora viva e risiede a Londra anche se non ha più rilasciato pezzi dal 2008, anno in cui pubblicò il singolo “Kulun ‘Andun Dababat” (They All Have Tanks) assieme a Tamer e Suhell Nafar del collettivo Hip-Hop israeliano e Palestinese DAM.

Shadia è in tutto e per tutto una “cattiva ragazza”, contro corrente, non solo per il tipo di cultura di strada di cui è diventata parte attiva ma anche per i testi aggressivi e diretti che pochi altri al di fuori dell’ambiente Hip-Hop adottano.

Grazie alla sua musica è anche riuscita a creare un movimento per la liberazione della Palestina di cui fanno parte persone di tutto il mondo, un movimento senza nome ma molto forte.

E’ la prova vivente e concreta che questa musica e questa cultura “unisce gente a distanza di chilometri” (Esa, The industry don’t understand, 2004)

 Bimal Bellomi

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Emmeline Pankhurst: l’eccezione che cambia la regola

Emmeline Pankhurst
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Cattiva ragazza”, due semplici parole che, accostate, danno origine a un’etichetta linguistica secondo la quale una donna che non  si sottomette alle regole che la società in cui vive le impone non è una brava ragazza. Emmeline Pankhurst è senza dubbio una di queste. Le donne, da sempre considerate il sesso debole, sono continuamente vittime di questi stereotipi che, anche se potrebbero sembrare superati, sono ancora molto diffusi.

Forse rassegnate a vivere in queste condizioni, forse per paura, o forse per mancanza di istruzione, quasi nessuna si ribellò a favore di ciò in cui credeva, finché arrivò una donna coraggiosa, disposta a non essere ubbidiente, disposta a non essere “normale”. Esatto, perché bisogna essere non ordinari, eccezionali, per essere temuti e ottenere l’attenzione necessaria per cambiare davvero le cose.

arresto di Emmeline Pankhurst

MANCHESTER, 1854- Era il 15 luglio quando nacque Emmeline Pankhurst, una bambina che possedeva tutte queste caratteristiche. Fu proprio nel 1861, sette anni dopo la sua nascita, che si creò una circostanza tale da far scattare in lei gli ideali di uguaglianza e di giustizia: il padre, convinto che la bambina stesse dormendo, le si avvicinò e le sussurrò all’orecchio “se solo fossi una maschio”. Queste parole risuonarono per sempre nella mente della Pankhurst che, da questo momento in poi, trascorse la sua vita battendosi per la conquista del diritto di voto per le donne in Inghilterra.

Tutta la buona volontà, tutto il coraggio, tutta la straordinarietà di una persona non è sufficiente per cambiare la legge, una sola voce è troppo flebile per essere sentita; questo Emmeline lo sapeva bene, per ciò riuscì, grazie al suo carisma e alla giustizia della sua causa, ad ottenere l’appoggio di migliaia di donne da tutto il paese. La leader si accorse presto però che la gente iniziava a tapparsi le orecchie, le loro proposte venivano ignorate, le loro voci messe a tacere; per questo motivo i metodi di protesta si fecero più violenti, addirittura esasperati.

Tutte loro erano consapevoli della riprovazione e delle conseguenze che queste azioni avrebbero provocato, che sarebbero state etichettate come “ribelli”, “cattive”, che avrebbero rischiato di perdere i propri mariti, o addirittura di essere arrestate.

Il coraggio, l’eccezionalità, consiste proprio in questo: nel seguire i propri ideali non preoccupandosi del giudizio della gente, nel conoscere i probabili risvolti delle proprie scelte ma essere disposti a sopportarli in nome di qualcosa di più grande.

Emmeline disse infatti “preferisco essere una ribelle, piuttosto che una schiava”, e ci credeva davvero, davvero era convinta che lo scopo del movimento suffragista non fosse quello di distruggere le leggi, ma di fare le leggi.

Letizia Repizzi

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Una donna, infinite figure

Fumetto di Nada Mansour

 

Un primo ministro, una madre, una moglie, una sorella e un essere umano. Benazir Bhutto fu tutto ciò e in tutto fu esemplare. A Benazir Bhutto bisogna riconoscere l’abilità politica, alla quale il suo essere donna ha solo giovato perché l’ha resa diversa, innovativa, empatica, ha espresso “un diverso tipo di leadership” che l’ha portata a interessarsi anche dei problemi della bassa popolazione quali le questioni femminili e la riduzione del tasso di crescita demografia. Ciò è stato possibile portando in politica “una nuova dimensione supplementare, quella di una madre.”

Ricordata per essere stata la prima donna a capo di uno stato islamico, Benazir ha trascorso diversi anni lontana dalla sua patria, il Pakistan. Il contatto con una società occidentale le ha permesso di ampliare i suoi orizzonti e di conoscere un mondo diverso da quello in cui era abituata a vivere; il suo cambiamento di prospettiva, aggiunto al suo carattere da sempre curioso e critico, hanno fatto sì che si realizzasse non solo come membro della società, ma anche in quanto donna. I suoi successi politici sono stati diversi, la duplice elezione alla carica di Primo Ministro in uno stato islamico esprime l’enorme appoggio che questa grande donna ha ricevuto da parte dei suoi concittadini, dal suo popolo, dalla sua patria. Malgrado una moglie così avrebbe potuto, in una società come quella pakistana, rappresentare un disonore, Asif Ali Zirdari, suo marito, l’ha sempre sostenuta in vita e ha perseguito la sua linea politica fino al 2013.

La morte di Benazir, oltre ad essere misteriosa, in quanto non si conoscono i veri responsabili, è significativa: Benazir è morta perché era temuta, costituiva un pericolo. Una donna con degli ideali, con dei pensieri e con la forza necessaria per vederli realizzati, con dei sostenitori, una donna indipendente spaventava, specialmente in una società in cui la donna non è altro che un oggetto. Benazir rappresenta potenzialmente la scintilla che porterà le donne pakistane all’emancipazione, all’indipendenza dai mariti e alla riconsiderazione di loro stesse come donne. Era questo che spaventava il governo del Pakistan, era questo il motivo per cui Bhutto andava eliminata, e così è stato. Il 27 Dicembre 2007, in seguito ad un attentato terroristico, l’ex primo ministro perde la vita e con questa ogni donna pakistana perde la speranza che prima la animava.

Possiamo considerare Benazir una martire, morta per una causa che nel 2007 doveva già essere realizzata, così come dovrebbe esserlo ora, quando invece non è ancora così. Benazir si è messa in gioco, non ha avuto paura di darsi visibilità malgrado fosse a conoscenza dei pericoli che correva, non si è tirata indietro, anche dopo gli esili, gli attentati e le minacce ha continuato a lavorare in politica e a non essere al sicuro, perché come lei stessa afferma “le navi al porto sono al sicuro, ma non è per questo che sono state costruite”.

Il suo atteggiamento innovativo e anticonformista l’ha resa una donna degna di essere definita una “cattiva ragazza”, un’etichetta linguistica che, malgrado l’apparenza possa ingannare, assume un significato positivo, quasi celebrativo. Benazir è stata in grado di essere se stessa e raggiungere i suoi obiettivi in una società in cui tutto ciò era silenziosamente proibito.

Nada Mansour

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#CattiveRagazze

Ogni venerdì alle 14:00, dal 10 febbraio al 14 aprile, cliccando sulle miniature di queste #CattiveRagazzesarà possibile leggere 2 articoli scritti dagli studenti della 4E del Liceo Scientifico di Noverasco sulla vita di donne che hanno avuto il coraggio di essere anticonformiste. Buona lettura!

Benazir Bhutto (dal 10/2)
Emmeline Pankhurst (dal 10/2)
Shadia Mansour (dal 17/2)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oriana Fallaci (dal 17/2)
Samia Yusuf Omar (dal 24/2)
Kathrine Switzer (dal 24/2)

 

 

 

 

 

 

 

 

Rigoberta Menchu (dal 03/3)
Aliaa Magda Elmahdy (dal 03/3)
Giusi Nicolini (dal 07/03)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Malala Yousafzai (dal 03/3)
Fabiola Gianotti (dal 17/3)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nice Nailantei Leng’ete (dal 24/3)
Irena Sendler (dal 24/3)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ibtihaj Muhammad (dal 31/3)
Billie Jean King (dal 7/4)
Biciclettata donne islamiche (dal 7/4)
Nigar Nazar (dal 14/4)

 

 

 

 

 

Cattive Ragazze?

Divergere per essere pienamente umani? Godiamo oggi di diritti e di libertà che spesso sono stati rivendicati per la prima volta attraverso un atto di disobbedienza, di obiezione, di trasgressione. Le donne per esempio, quanti riconoscimenti hanno, quanti diritti sono stati acquisiti grazie ad una disobbedienza verso una legge ingiusta, verso un regolamento ottuso, verso uno statuto discriminatorio, verso un tabù religioso, familiare, sociale?

A questa ma anche a tante altre domande abbiamo cercato delle risposte attraverso l’analisi del libro “cattive ragazze”. Franca Viola, Miriam Makeba, Marie CurieNawal El Saadawi, e molte altre donne definite dalla società normale come “cattive”, arrestate, isolate, uccise, le cui vite normali sono state rese straordinarie da scelte piccole, ma tali da provocare effetti di tale risonanza da cambiare poi la vita di milioni di persone. Ci hanno insegnato che è possibile sopravvivere alla propria audacia. Malala – la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace, nota per il suo impegno per l’affermazione dei diritti civili e bandita da un editto dei talebani, ne è un esempio.

Eppure nel linguaggio comune si etichettano positivamente i comportamenti obbedienti, disciplinati, conformi alle regole, e si stigmatizzano i divergenti. Eppure nel linguaggio comune premiamo le bambine che obbediscono come “brave” e bolliamo le bambine “divergenti” come “cattive” …

Disobbedire è un gesto sempre “cattivo” o è un gesto audace e creativo? Disobbedire può essere un modo diverso, alternativo, di guardare alla realtà? L’elenco di cattive ragazze è nell’arco dei secoli sicuramente lungo, da Antigone in poi la storia ci offre innumerevoli esempi di disobbedienti,  ragazze, cattive appunto. Allora ci siamo fatti una domanda: e se essere divergente fosse effettivamente l’unica possibilità che rimane all’umanità per essere umana? La selezione del libro ci ha interessato e incuriosito e così abbiamo provato a riconoscere altre cattive ragazze intorno per dare loro dei volti e renderle visibili. Chi sono oggi queste donne che abitano il nostro tempo e spesso nella invisibilità trasformano il modo, affermano diritti, danno voce a chi non ne ha, trasformano stereotipi e pregiudizi antichi con la loro azione umana? Noi in quarta E le abbiamo cercate in paesi diversi, in epoche a noi vicine, se non contemporanee, i volti di cattive ragazze, per dare loro visibilità, per “taggarle” nel nostro immaginario.Le abbiamo cercate e incontrate attraverso libri, film, video. Alcune le proponiamo anche a voi. Per alcuni di noi sono modelli suggestivi, fonte di ispirazione o spunti per confronti o discussioni. Ve li regaliamo. Chissà che ci siano di ispirazione nel costruire il nostro futuro prossimo. Passaparola.

Santa Caterina da Siena: una donna determinata, un contributo importante per la Storia della Chiesa

Affresco rappresentante Santa Caterina da Siena in estasi
Santa Caterina da Siena (1347-1380) fu dichiarata dottore della Chiesa da papa Paolo VI, patrona principale d’Italia (assieme a San Francesco d’Assisi) da Pio XII e compatrona d’Europa da Giovanni Paolo II.

A soli sedici anni entrò a far parte del Terz’ordine domenicano delle Mantellate, dopo molto tempo passato in preghiera e in penitenza.

Caterina ebbe un ruolo decisivo nel ritorno a Roma della sede papale, trasferita ad Avignone dal 1309 al 1377, durante la cosiddetta Cattività avignonese.

Circa un anno prima, Caterina aveva cominciato la corrispondenza con il papa allora in carica, Gregorio XI, col quale scambiava opinioni riguardanti la riforma della Chiesa, insistendo fortemente per il suo ritorno nella sede scelta da Pietro.

Nel 1375, la repubblica di Firenze, che si trovava in conflitto con la Santa Sede, era per questo motivo in grave crisi economica e la donna fu incaricata di fare da mediatrice di pace col papato. Caterina quindi raggiunse la Francia e Avignone, dove fu ricevuta dal pontefice, col quale insistette nuovamente riguardo la questione della Sede papale. Finalmente, il 13 settembre del 1376, partirono tutti alla volta di Roma ma, arrivati a Genova, colpiti dallo sconforto per la notizia delle disfatte delle truppe pontificie mandate a riportare ordine alle rivolte scoppiate nella capitale, molti cardinali insistettero per tornare indietro. Ancora una volta l’intervento di Caterina, che riuscì a rassicurare Gregorio, fu decisivo e, dopo quasi settant’anni, la sede papale tornò al suo luogo originario.

Nonostante i disordini che ne seguirono, il ritorno del papa a Roma fu un avvenimento molto importante e, probabilmente, senza l’insistenza della Santa, non sarebbe mai avvenuto.

La sua determinazione l’accompagnò sempre nell’arco della sua vita. Grazie ad essa, infatti, riuscì ad entrare a far parte dell’ordine laico delle Mantellate molto giovane e senza una dote che potesse aiutare a mantenere il Convento. La sua forza le permise di lottare contro una grave malattia, si prodigò in numerosi atti benefici e, anche in punto di morte, si recò spesso a San Pietro a pregare incessantemente per l’unificazione della Chiesa, divisa dallo scisma.

Reputo Caterina da Siena una grande Donna, forte e determinata, animata da una fortissima fede che la portò al raggiungimento dei propri obiettivi. Una donna, insomma, degna di essere patrona del nostro Paese.