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Europa orientale ai tempi della Confederazione polacco-lituana

Matejko Jadwiga
Jadwiga Andegaweńska, conosciuta in italiano come Edvige di Polonia o Edvige d’Angiò, nel 1384, all’età di soli 11 anni venne incoronata re di Polonia. Ottenne il titolo di re per indicare che regnava per suo diritto e non come consorte del sovrano. Sua madre era discendente della casa reale dei Piasti, un’antica dinastia polacca, mentre suo padre, Luigi I d’Ungheria, apparteneva alla casa d’Angiò e fu re d’Ungheria e re di Polonia.

Inizialmente era stata promessa in sposa a Guglielmo I d’Asburgo, ma poi il matrimonio venne annullato per stringere un’alleanza con la Lituania. Jadwiga sposò così Jogaila, il principe pagano della Lituania, che si convertì al cattolicesimo e assunse il nome di Władysław Jagiełło (Ladislao Jagellone). Senza compromettere i diritti di Jadwiga, venne incoronato anch’egli re di Polonia. Il governo dei due sposi sarebbe quindi paragonabile a una sorta di diarchia, che durò fino al 1399, l’anno della morte di Jadwiga.

Jagiełło, invece, rimase sul trono per altri 35 anni, diventando il capostipite della dinastia degli Jagelloni, che regnerà in Polonia e in Lituania fino al 1572.

albero genealogico Jagelloni
albero genealogico degli Jagelloni

Jagelloni
Sovrani Jagelloni

Oggi Jadwiga è la santa patrona delle regine e della Polonia. Sul suo conto sono nate numerose leggende e la devozione del popolo polacco nei suoi confronti è immensa tutt’oggi. Viene ricordata come una regnante intelligente e benevole verso i suoi sudditi. Finanziò l’Università Jagellonica, la seconda più antica università dell’Europa orientale, frequentata da personalità come Niccolò Copernico, Jan Sobieski e Papa Giovanni Paolo II. Continua la lettura di Europa orientale ai tempi della Confederazione polacco-lituana

Incontro con ONG Vento di Terra

Venerdì 16 Marzo abbiamo avuto il piacere di incontrare Massimo Annibale Rossi, membro della cooperazione internazionale “Vento di Terra”, che svolge la sua attività nei territori di frontiera con lo scopo di difendere i diritti umani e dell’ambiente.

La protagonista dell’incontro è stata la Palestina, terra martoriata nel corso della storia. La situazione in questo lembo di terra continua ad essere allarmante. Le origini del conflitto risalgono alla Prima Guerra Mondiale. Con la dichiarazione di Balfour del 1917, la Gran Bretagna dichiarò l’intenzione di destinare una porzione di questo territorio a tutti gli ebrei sparsi per il mondo e nella stessa Palestina. Questa dichiarazione però si scontrava con gli accordi presi con gli arabi (i britannici avevano promesso la Palestina a questi ultimi). Iniziarono così i primi atti di violenza ed opposizione fra popolazione araba ed ebraica. La situazione continuò a svilupparsi ed espandersi, tanto che oggi l’88% del territorio è in possesso di Israele.

Questo conflitto ha comportato l’isolamento e la frammentazione della popolazione palestinese, la privazione di diritti e una condizione di “senza patria”. Inoltre Israele impone pesanti restrizioni sull’economia e continua tutt’oggi a vietare la costruzione di altri campi e di scuole (arrivando addirittura ad erigere un muro), in particolare nella Striscia di Gaza.

I primi a subire gli effetti di questa drammatica situazione sono i bambini, i quali, ritrovandosi quotidianamente davanti agli occhi le conseguenze del conflitto, dello squilibro e dello spazio negato, rischiano di sviluppare a loro volta una forma di aggressività e di perdere la loro identità culturale.

In questo scenario perciò la scuola assume grande importanza, perché oltre ad insegnare nuove nozioni, permette di conoscere quali siano i valori più importanti e consente inoltre di rafforzare un’identità.

A tal fine “Vento di Terra” ha dato vita al progetto “Scuola di gomme” con l’obiettivo di costruire delle scuole, utilizzando semplici materiali che i volontari avevano a disposizione, come ad esempio i pneumatici. Continua la lettura di Incontro con ONG Vento di Terra

Gli errori di Ridley Scott

Le Crociate (Kingdom of Heaven) – Errori storici

Balian è un maniscalco che ha perso la famiglia e che ha rischiato di perdere anche la fede. Le guerre di religione che sconvolgono la remota Terra Santa gli sembrano lontane anni luce. Ma il destino bussa alla porta di Balian sotto le spoglie di un grande cavaliere, Godfrey di Ibelin, un crociato che dopo aver combattuto nel lontano Oriente ha fatto momentaneamente ritorno in patria, in Francia. Dichiarando di essere suo padre, Godfrey mostrerà a Balian che cosa voglia dire essere un cavaliere e lo porterà con sé in un favoloso viaggio attraverso i continenti per giungere fino in Terra Santa.

 

La pellicola di Scott è quasi totalmente frutto di invenzione narrativa e quindi scarsamente basata su veridicità storiche: le uniche sono costituite dai racconti di Guglielmo di Tiro. Il regista inglese, infatti, non ha mai smentito il fatto di tenere poco alla veridicità storica e di preferire una reinterpretazione personale di una vicenda storica: la storia d’amore tra Baliano di Ibelin e la regina Sibilla, le stesse vicende biografiche dell’eroe sono infatti inventate.

Baliano era un signore maturo, non un giovane come mostrato nel film ed era un importante nobile, non un fabbro francese di certo; inoltre non ci sarà mai una storia d’amore (come nel film) tra Baliano e Sibilla, infatti egli sposerà Maria Comnena, vedova del re di Gerusalemme Amalrico I e sua matrigna. Tuttavia i due erano realmente uniti nella difesa di Gerusalemme. Riguardo invece al feudo di Baliano non si trattava di Ibelin ma di Nablus.

Altri personaggi poi vengono interpretati in modo molto personale dal regista. Saladino, anche se non è mai stato il feroce sultano dipinto in occidente, non era neppure un sovrano così riluttante alla guerra come nel film di Scott e certamente avrebbe fatto di tutto per riconquistare la città di Gerusalemme. Allo stesso modo Baldovino IV, il re lebbroso, aveva dimostrato come sovrano in primo luogo doti militari, mentre il regista ha amplificato un’iconografia da “re filosofo”; piccolo dettaglio è quello che, Baldovino IV, non indossò mai una maschera come invece è mostrato nel film. Il ritratto del film di Rinaldo di Châtillon come folle e ottuso non è supportato da fonti contemporanee, anche se le stesse fonti lo ritraggono come un inclemente, aggressivo signore della guerra che spesso violava le tregue tra il Regno di Gerusalemme e il Sultanato d’Egitto.

L’immagine del film di Guido che incoraggia Rinaldo di Châtillon ad attaccare i convogli di pellegrini musulmani diretti a La Mecca per provocare una guerra con Saladino è falsa. Guido era un re debole e indeciso che voleva evitare una guerra con Saladino e che era semplicemente incapace di controllare il temerario Rinaldo. La marcia fallita di Saladino su Kerak seguì l’incursione di Rinaldo sul Mar Rosso, che scioccò il mondo musulmano dalla sua vicinanza alle città sacre della Mecca e Medina. Guido e Rinaldo hanno anche molestato carovane e pastori musulmani, e l’affermazione che Rinaldo catturasse la sorella di Saladino si basa sul racconto dato nell’antica continuazione francese di Guglielmo di Tiro. Questa affermazione è generalmente ritenuta falsa. In realtà, dopo l’attacco di Rinaldo su una carovana, Saladino si assicurò che la prossima, nella quale viaggiava sua sorella, fosse adeguatamente sorvegliata e la donna non ebbe alcun danno.

Altri piccoli dettagli sono dati da imprecisioni storiche quali: il termine “crociate”, introdotto solo nel quattrocento; la lingua italiana (citata nel film) che ancora non esisteva al tempo della vicenda; la “mezzaluna” come stemma dell’esercito musulmano, infatti la “mezzaluna” verrà introdotta soltanto nel 1453 dai turchi.

Infine, il luogo reale della battaglia di Hattin non è la pianura desertica illustrata nel film, ma una regione collinosa ricca di boschi situata presso il lago di Tiberiade.

A parte le differenze storiche, Scott dipinge un monumentale e fantasioso affresco della Palestina del XII secolo, nel quale si ritrovano una fotografia e un’illuminazione molto ricercate, una regia talvolta imponente e tutta la grandezza del cinema bellico di Hollywood. Con un efficace dispiego di mezzi ed effetti speciali, il film non manca di sequenze spettacolari (l’attacco a Gerusalemme e tutta la battaglia finale), anche se, come già detto, alla cronaca dei fatti si preferisce una parabola più romanzata, dove la giustizia e la rettitudine sconfiggono l’avarizia e la malvagità.

Parere di F. Cardini sul film…

«Ridley Scott non è certo Bergman, non riesce a esprimere il succo storico delle cose. Il suo film risente molto delle allusioni un po’ stucchevoli allo scontro di civiltà in atto e del messaggio di convivenza, del dialogo, della tolleranza da dare agli spettatori. Va benissimo: il biglietto lo paga la gente del ventunesimo secolo, non del dodicesimo. Però, ripeto, la storia delle crociate è un’altra cosa. A cominciare dal termine stesso. Nel film i crociati si chiamano con questo nome. In realtà questa parola è stata introdotta dopo il Quattrocento».

Nonostante non abbia apprezzato il film, alla domanda:

“Lo ritiene un film da bocciare?”

ha risposto:

 «Non ho detto questo. Tutto ciò non significa che il film non sia valido dal punto di vista cinematografico. Ci sono, ad esempio, reminiscenze del Settimo sigillo di Bergman. Il film di quel genio di Bergman è un capolavoro, uno dei pochissimi film in cui lo spirito della crociata si coglie sul serio. Ma con Le crociate la storia non c’entra, è un’altra cosa. Questo film è l’ennesimo malinteso in cui sembra confluire tutto: il conflitto di civiltà, l’Islam, l’Occidente eccetera. Questo gioco di bussolotti abbastanza ridicolo in cui i crociati e i cristiani vengono presentati come gente che al loro interno ha i falchi e le colombe, quelli che vogliono lo scontro di civiltà e quelli che vogliono la convivenza. Tutto questo è ridicolo».

…Il nostro parere

Il film si presenta come lento e leggermente confuso all’inizio, evolve poi in una serie di avvenimenti fondamentali per lo svolgimento della storia che accelerano molto il ritmo narrativo. Il finale è inaspettato e quasi aperto, come del resto in molti film di Ridley Scott.

Nonostante i molti e frequenti errori storici, la storia segue un senso logico e nell’insieme lascia un messaggio: “il bene vince sempre sul male, e civiltà diverse possono convivere in pace”. Nel complesso comunque questi errori non sono “fastidiosi” e servono a rendere la trama più interessante, anche se talvolta vanno a modificare totalmente la veridicità della storia (il personaggio di Baliano ad esempio). Tuttavia è un film cinematograficamente ben fatto, con inquadrature e immagini molto ben studiate, ed altrettanto le sequenze di battaglia. Quindi, dando un giudizio finale complessivo del film, che tenga conto sia delle verità storiche sia della chiave interpretativa di Scott, diciamo che è interessante, anche se troppo lungo e faticoso a tratti.

 

Binario 21

Nell’ambito del progetto sulla “legalità”, la classe VaD ITE, accompagnata dalla professoressa Maria Teresa Avaldi, si è recata presso il Binario 21. La visita non ha lasciato di certo indifferenti gli studenti, i quali hanno descritto sentimenti e stati d’animo suscitati da tale esperienza.

 

Memoriale della Shoah binario 21
Memoriale della Shoah di Milano

È un giorno qualunque della settimana, in cui generalmente la scuola è il tuo unico pensiero. Ma oggi è diverso, io e la mia classe andremo a visitare il Memoriale della Shoah. Mi alzo e mi preparo. Come tutte le mattine pensando a quello che avrei visto e conosciuto quest’oggi. Appena varcato il portone della mia palazzina, scruto il cielo e mi soffermo sul grigiore di quest’ultimo, l’acquerugiola mi accarezza il viso e in quell’ istante capisco che qualcosa di insolito era nell’ aria. Non gli do molto peso, anzi dimentico quasi l’ importanza della visita al Binario 21. Si, perchè a questa età difficilmente si riesce a dare il giusto peso a ciò che ci circonda, molto spesso rimaniamo impassibili come se nulla ci sfiorasse, scherzando e sminuendo esperienze di rilievo. È anche questa la “bellezza” dell’ essere giovani e spensierati, anche se è proprio con esperienze di questo tipo che si crea quel senso critico in noi stessi, che ci caratterizzerà per tutta la vita. Ed è proprio questo “sentire”, che contraddistingue una persona priva di cultura e di una propria visione della vita e della storia, da un individuo in grado di dare un proprio punto di vista con un pensiero e una riflessione ragionata, un pensiero che possa lasciare degli insegnamenti e dei valori che influiscano positivamente sulla vita di noi giovani.
Una volta arrivati davanti al Memoriale, mi stupisce subito la sua collocazione. Infatti, la Stazione Centrale di Milano è una delle poche in Europa ad essere sviluppata su due piani, con un pian terreno e un primo piano. Quest‘ultimo è quello che tutti noi conosciamo o abbiamo almeno visto una volta nella nostra vita, dove i treni partono dai binari, verso una moltitudine di destinazioni. Il pian terreno, è oramai adibito ad area museale, ma quello che lo contraddistingue è sicuramente la sua storia. Questo piano “nascosto”, veniva usato come una vera e propria stazione destinata allo scarico e carico dei treni postali e del bestiame. Quale miglior posto, avrebbe rispecchiato e allo stesso tempo mascherato quello che si celava dietro le leggi fascistissime del 1925. Grazie alla tecnologia utilizzata dagli ingegneri italiani del tempo, questo piano, tramite un geniale montacarichi, permetteva la risalita dei vagoni bestiame, straripanti di povera gente. Ma, cosa ancor più interessante, è che questi treni, grazie alla collocazione del montacarichi, partivano per i maggiori campi di concentramento e di sterminio senza essere visti, in quanto i vagoni erano collocati al di fuori della stazione centrale. Infatti questi treni vennero soprannominati “treni fantasma”. Numerose persone negarono ogni tipo di violenza o di esistenza di questo vero e proprio smercio di persone.
Persone che avevano ormai perso ogni tipo di dignità, trattate come animali, private della propria personalità, standardizzate, private persino del proprio ramo famigliare. Venivano infatti catturate famiglie intere in maniera tale da eliminare dalla radice il “problema”.
Il sentimento che più distrusse il cuore di questa povera gente che era perfettamente integrata e rivestiva ruoli di tutto rilievo nella società di allora, fu quello dell’indifferenza. Indifferenza del popolo Italiano di fronte ad uno scempio di questa grandezza, indifferenza dettata dall‘opportunismo generale della stragrande maggioranza dei nostri antenati che non sono riusciti a denunciare questi atti osceni. Funzionari italiani e capi treno che nella maggior parte dei casi hanno sempre messo le mani davanti a occhi ed orecchie, compreso lo Stato e la Chiesa.
Famiglie che vengono ricordate attraverso un lungo muro, con i pochi superstiti che vengono evidenziati, la parola indifferenza che viene incisa a sua volta in un‘altra parete che si innalza all’entrata del Memoriale.
Grazie ad una ristrutturazione molto ben studiata all’interno del Memoriale riusciamo, chiudendo gli occhi, a percepire quello che potevano provare queste persone. I treni che passano al di sopra ci fanno immergere in una atmosfera surreale che ci mette quasi i brividi. Mi immedesimo in quelle persone che non sapevano neanche a cosa andassero
Incontro; la maggior parte infatti pensava che andassero a lavorare, ma non tornarono mai più dai propri cari.
Questa struttura al giorno d’oggi, rappresenta il ricordo di questo periodo buio della nostra storia che non deve essere mai più dimenticato. Queste famiglie sterminate devono lasciare un insegnamento nei nostri cuori, un amore reciproco tra tutte le persone che condividono lo stesso cielo, un senso di appartenenza al mondo che nessuno può portarci via.
Appartenenza che viene attuata con il progetto per l’accoglienza ai migranti, infatti questa struttura grazie parecchi volontari è stata adibita, soprattutto nei periodi estivi, come dormitorio per i migliaia di profughi presenti sul nostro territorio. Il Memoriale quindi svolge più funzioni, in primo luogo quello del ricordo di questi tristi momenti e in secondo luogo quello dell’accoglienza e quindi dell’ amore verso delle persone di differente nazionalità, religione e pensiero.
In via definitiva penso che questa esperienza mi abbia lasciato svariate emozioni, dalla tristezza, alla rabbia per la stupidità e superficialità del nostro popolo, alla curiosità di andare in visita ai maggiori campi di concentramento e sterminio d’Europa per rievocare nuove emozioni nel mio cuore. Ma, la cosa che più ho apprezzato è il fatto di poter raccontare con più senso critico questo argomento fondamentale per la nostra esistenza, di poterlo condividere con i miei coetanei per cercare di suscitare le stesse emozioni, che io stesso ho provato sulla mia pelle.

Alberto Bonacossa

 

muro dei nomi
Muro dei nomi del memoriale

L’indifferenza, uno dei più grandi mali del mondo contemporaneo. Il ricordo che riaffiora, facendo riaprire quelle ferite mai chiuse e causate da persone senza scrupoli, accecati da interessi puramente politico-economici e da manie di grandezza e potere. Come sempre è la gente innocente a subire quelle conseguenze che hanno portato il mondo a scrivere la pagina più nera della sua epoca contemporanea. Un grande muro nero con incisa la scritta “indifferenza” è stato installato all’ingresso del museo situato al livello zero della stazione centrale di Milano. Questo muro è stata la cosa che più mi ha impressionato e che tutt’ora mi fa molta paura. Un “sentimento”, se così che si può definire, molto condiviso al giorno d’oggi e che in molti casi può sfociare in quello che si chiama egoismo. Ed è proprio quell’egoismo che ha portato alle leggi razziali approvate da paesi come l’Italia e la Germania. Quegli stessi Paesi che oggi si professano democratici e rispettosi dei diritti umani. Proprio quella stessa Germania che nonostante sia stata coinvolta in prima linea in quei brutali crimini, si ostina oggi a non voler ricordare. Quei treni che partivano da quel maledetto binario, nascosto agli occhi di tutti, ma vicino al quale si stavano consumando i più grandi crimini contro i diritti e la dignità di persone, uomini, donne e bambini innocenti, e vittime soprattutto dell’indifferenza. Proprio quel treno, ormai diventato museo, racconta nel suo silenzio quei drammatici momenti e quelle devastanti deportazioni che hanno provocato terrore e sdegno subito dopo la loro scoperta. Una visita, questa del binario 21, che deve far riflettere e deve far capire quanto l’uomo può far male ai suoi stessi simili. Simili, perché non esistono razze, non esistono religioni, non esistono filosofie di pensiero che possano giustificare questi atti inumani. Ma come la storia insegna, è dagli errori che si ricomincia e si riparte, sempre ricordando quello che è accaduto nel passato, anche più remoto, per evitare di inciampare nei medesimi sbagli.

Simone Scavilla

 

binario 21
Il binario 21 del memoriale

Indifferenza. La parola che ci ha accolto proprio sotto la stazione Centrale di Milano, all’inizio della nostra visita, incisa in un grande muro di pietra.

La parola che più mi ha fatto riflettere. L’indifferenza delle persone verso l’avvenimento più triste e folle della nostra storia. Nostra non solo perché ci riguarda come esseri umani, ma perché proprio in Italia, a Milano, sotto la stazione Centrale, si trova il Binario 21.

Utilizzato per anni come mezzo di deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio nazisti dove, prima dello sterminio fisico, veniva sterminata la loro dignità. Gettati in questi treni e rinchiusi per settimane senza cibo né acqua, senza un minimo di igiene, senza distinzione tra uomo o donna, bambino o anziano.

Non erano persone, almeno, non lo erano più.

Una volta entrati in questi “mezzi dello sterminio” uscirne vivi era impossibile… Pensare che molti di essi erano gli stessi che in passato servirono la patria. Esatto. Gli stessi italiani, solo per professare un credo differente o perché di origine ebraica, venivano rapiti e fatti sparire, cancellandoli dalla società.

Questo memoriale della shoa è stato ideato per non dimenticare. Per far si che la parola indifferenza, quella che Antonio Gramsci definì come <<il peso morto della storia>>, rimanga nelle nostre menti e ci ricordi cosa ha causato.

Sì, perché il compito della storia è proprio quello di far si che certe cose insegnino, che non bisogna dimenticare, poiché cosi facendo rischieremmo di commettere gli stessi errori che ci hanno segnato nel passato e che se commessi di nuovo ci segnerebbero per il resto della vita.

A questo proposito è stato ideato il Muro dei Nomi, un muro che, oltre a farci ricordare il terribile evento, serve a restituire quella dignità che tempo fa, i nostri antenati, avevano perso.

All’interno del memoriale si trova anche un luogo di riflessione e raccoglimento. Questo non vuole essere soltanto un monumento alla memoria di chi non c’è più, ma vuole ricordare di non rimanere indifferenti. Sì, perché ricordare significa rompere l’indifferenza.

Diego Ferretti

Mosaico di nomi dedicato a 1.500.000 bambini deportati
Mosaico di nomi dedicato a 1.500.000 bambini deportati nel periodo della Shoah creato da Yad Vashem

La Reconquista in Spagna

Introduzione

La Reconquista (che in spagnolo e in portoghese significa riconquista) fu il periodo durato circa 750 anni in cui gli eserciti cristiani riconquistarono i regni moreschi musulmani dI Al-Andalus (termine con il quale i musulmani chiamavano la penisola iberica).
La Reconquista può essere vista come una lunghissima crociata durata quasi tutto il Medioevo che coinvolse tutte e tre le grandi religioni monoteiste, Cristianesimo, Islam ed Ebraismo e che, a differenza delle Crociate combattute in Terra Santa, alla fine vide vincere i cristiani con la sconfitta netta dei musulmani. Proprio per questo oggi la Reconquista considerata la guerra di religione più duratura della storia, nonché una delle più cruente e importanti.

Storia

Nel 711 d.C. avvenne la battaglia di Gaudalete, nella quale l’esercito dei Visigoti guidati da re Rodrigo venne sconfitto dalle forze arabo-berbere del comandante Tàriq Ziyàd: grazie a questa vittoria l’ultimo re degli Omayyadi riuscì a sottomettere gran parte della penisola iberica nel giro di 5 anni, e fondò L’Emirato di Cordova.
Le armate moresche riuscirono a superare anche i Pirenei, cominciando l’invasione del sud della Francia, ma vennero fermati dal duca di Aquitania Oddone il Grande che, appellandosi all’aiuto dell’esercito franco di Neustria e dei Burgundi, liberò nel 721 d.C Tolosa da un assedio dei mori ,i quali furono costretti,11 anni dopo nel 732 d.C., a lasciare la Francia a seguito della sconfitta subita nella battaglia di Poitiers.
 
La Reconquista iniziò nel 718 d.C. con la ribellione dei cristiani che fu condotta da Pelagio di Fafila.Benché le fonti sulla sua figura siano relativamente scarse, egli fu probabilmente un personaggio storico realmente esistito, a cui è attribuita la fondazione del regno delle Asturie in Spagna.

Pelagio di Fafila

Con la vittoria a Calatrava da parte di Alfonso V, re di Leòn ,al principio dell’XI sec. i cristiani rioccuparono buona parte della Spagna. Continua la lettura di La Reconquista in Spagna

Sobieski, il difensore dell’Europa

Giovanni III Sobieski

Sobieski, il difensore dell’Europa

Giovanni III Sobieski, nato ad Olesko in Ucraina nel 1624, appartenne ad una nobile famiglia polacca. Fu un uomo colto, un mecenate e un umanista. Fu re di Polonia, a capo della Confederazione Polacco-Lituana, dal 1674 al 1696. È ricordato per lo più per essere intervenuto nella battaglia di Vienna contro gli ottomani dove ottenne una strabiliante vittoria nonostante la superiorità numerica dei nemici. Dopo questa vittoria i turchi lo soprannominarono “Leone di Lechistan”, mentre i cristiani “Difensore della Fede”. Quest’ultimo titolo gli fu conferito dal papa Innocenzo XI nel 1684.

Nel marzo del 1683 la Confederazione Polacco-Lituana, dopo la rottura dell’alleanza con la Francia, strinse un patto con l’imperatore austriaco Leopoldo I contro gli Ottomani guidati dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha. Quest’ultimi, a loro volta, furono alleati con la Francia. I turchi si stavano preparando ad una grande spedizione di guerra e Sobieski temeva che avrebbero colpito la Confederazione Polacco-Lituana dalla Podolia, regione dell’attuale Ucraina, specialmente le città di Leopoli e Cracovia. Fortificò allora queste due città e ordinò il reclutamento per l’esercito.

Il 10 luglio i tatari si unirono all’esercito dei turchi ormai pronto per la spedizione. In totale vi furono dai 250000 ai 300000 uomini. Fu l’esercito più grande che i turchi mobilitarono nel XVII secolo. Fin dall’inizio Kara Mustafa volle stupire il nemico, infatti nessuno sapeva con certezza dove avrebbe attaccato. Quando tutta l’armata ottomana fu al completo, il Gran Visir definì dove indirizzare l’attacco. In poco tempo penetrò all’interno del territorio austriaco e non trovò una grande resistenza. Alla notizia di questo improvviso attacco da parte dei turchi, Leopoldo I ordinò di ritirare il proprio esercito presso Vienna.

La battaglia presso Vienna

I turchi dopo pochi giorni si trovarono sotto le mura della capitale austriaca e iniziarono ad assediarla. L’assedio durò ben due mesi con gli austriaci e i prussiani che si difendevano senza sosta. I turchi sferravano gli attacchi al mattino presto, a mezzogiorno e durante la notte.

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Il frate che salvò l’Europa

La gioventù e i primi miracoli

Marco d'Aviano
Carlo Domenico Cristofori nacque il 17 novembre 1631 ad Aviano, una cittadina situata nella parte occidentale del Friuli-Venezia Giulia.

Figlio di Marco Cristofori e Rosa Zanoni, frequentò la scuola di grammatica nel suo paese natio finché, all’età di 12 anni, fu inviato al collegio dei gesuiti di Gorizia per gli studi superiori. Da lì, nel 1645, alla notizia dello sbarco degli ottomani a Candia, fuggì per recarsi a combattere nel teatro delle operazioni. Dovette però fermarsi a Capodistria, dove riuscì a trovare ospitalità nel convento dei cappuccini. All’età di soli 17 anni, venne accolto come novizio dai cappuccini di Conegliano e assunse il nome da religioso pronunciando i voti nel 1649.

Nei conventi della provincia veneta Marco trascorse ben undici anni di preparazione prima di essere promosso, nel 1653, ai corsi filosofici e teologici. Dopo altri sette anni di studi ottenne la licenza per la predicazione. Ebbe tanto successo che fu chiamato persino in Puglia.

Gli vennero attribuite molte guarigioni miracolose. La prima nel 1676, quando, nell’incarico affidatogli di assistere le monache di S. Prosdocimo, benedì una suora paralizzata da 13 anni che, subito dopo, rincominciò miracolosamente a camminare. Grazie alla fama alimentata da miracoli simili, ovunque andasse si radunavano grandi folle.

Le importanti missioni politiche e religiose

Nel 1680 ricevette l’ordine di compiere una missione molto impegnativa nella Germania sud-occidentale. Il viaggio fu lungo e venne compiuto in due riprese: nella prima, che lo tenne occupato dal 1° maggio al 28 giugno, arrivò a Monaco e si fermò unicamente nelle località del Tirolo e della Baviera; nella seconda, dal 25 settembre al 31 ottobre, seguì da Linz un lunghissimo itinerario toccando località come Ratisbona, Neuburg, Worms e Norimberga.

Nel 1681 Innocenzo XI gli affidò una missione politica presso Ferdinando Carlo di Gonzaga Nevers, duca di Mantova, al fine di distoglierlo da una temuta alleanza con i Francesi. Dal punto di vista politico, infatti, quel periodo fu critico a causa delle relazioni difficili tra Luigi XIV e il pontefice per la questione delle regalie.

Dopo le missioni del 1680-81 Marco fu celebrato da molti come uomo miracoloso e salvatore del popolo, diventando simbolo della ripresa cattolica nei territori confessionalmente misti; d’altra parte, però, fu ampia anche la pubblicistica protestante che lo attaccò come diffusore di superstizioni.

Dopo altri 3 brevi viaggi missionari Marco giunse anche a Costanza, dove per dieci giorni benedì i fedeli lasciando ancora dietro di sé una scia di presunti miracoli, conversioni di protestanti e guarigioni. Nel 1682, dopo un’ennesima missione, fu nominato da Innocenzo XI missionario apostolico.

Il fondamentale ruolo nella battaglia di Vienna e nell’esercito imperiale

All’inizio del 1683 da Vienna arrivarono notizie preoccupanti: i ribelli ungheresi, alleandosi con i turchi, conquistarono una grande fetta del territorio ungherese. Inoltre un poderoso esercito inviato dal sultano Maometto IV partì da Costantinopoli verso l’Europa centrale. Dopo otto mesi di duri combattimenti e rappresaglie tra l’11 e il 12 settembre 1683 si combatté la battaglia decisiva tra l’esercito imperiale e i turchi. Prima dello scontro Marco celebrò la messa e benedì i soldati dando loro coraggio e motivazione. Si narra che il frate restò in preghiera con un crocifisso in mano sul monte Kahlenberg fino a quando la sconfitta dell’esercito turco non fu sicura.

Il 17 giugno 1684 fu poi presente alla conquista della fortezza di Visegràd, dove accompagnò l’esercito con benedizioni e celebrando messe sino alla presa di Pest e all’assedio di Buda. Una volta tornato in Italia inviò a Leopoldo I un lungo memoriale nel quale forniva consigli per l’impresa bellica che si sarebbe dovuta svolgere l’anno successivo.

Il 20 giugno del 1685 si recò in Ungheria, dove seguì l’esercito ancora una volta tenendo informato costantemente l’imperatore Leopoldo I riguardo l’andamento generale dei combattimenti. Lasciato l’esercito gli vennero affidate altre missioni nella Svizzera cattolica, mirate questa volta anche all’arruolamento di truppe mercenarie per la Lega Santa.

Nel 1687 Marco rimase con l’esercito imperiale per due mesi criticando le incertezze dei comandanti e protestando per i ritardi nelle operazioni militari.

Nel 1688 raggiunse l’esercito imperiale a Pest. Qui accompagnò l’avanzata dell’armata fin sotto le mura della città di Belgrado, la quale fu poi provvisoriamente conquistata dai cristiani il 6 settembre dello stesso anno.

Tre anni dopo si fermò anche alla corte austriaca per cercare una mediazione sulle questioni controverse con Roma.

La morte

Il 26 gennaio del 1699 Marco intraprese il suo ultimo viaggio per Vienna. A fine di luglio dello stesso anno si ammalò e morì a Vienna il 13 Agosto del 1699.

Il ricordo di Marco d’Aviano nel XXI secolo: l’inventore del cappuccino

A Marco d’Aviano è anche attribuita la creazione del cappuccino, una delle bevande più apprezzate e conosciute in Italia e nel mondo. Si dice infatti che il frate, in uno dei suoi tanti periodi di soggiorno a Vienna, entrò in una locanda e chiese un caffè ma, essendogli stato servito troppo amaro, chiese qualcosa per renderlo più dolce. Fu così che il locandiere, non avendo a disposizione altro, gli diede del latte e la bevanda scura divenne dello stesso colore del saio dei cappuccini (da qui il nome).

Il film

La RAI nel 2012 ha prodotto un film su Marco d’Aviano, liberamente ispirato al libro Il taumaturgo e l’imperatore di Carlo Sgorlon.

Riccardo De Simone

L’Impero Mongolo

Prima della fondazione dell’impero mongolo, l’Asia era suddivisa in tanti piccoli regni e principati.

Sul territorio cinese, in quel periodo, si estendevano: l’impero Song, Jin e Xixia (o Xia occidentale).

l'Asia prima di Yuan

L’impero mongolo venne fondato da Gengis Khan, nato nel 1162 con il nome di Temujin. Il nome di Gengis Khan gli venne dato a seguito delle sue imprese militari e a seguito della sua elezione come re/capo supremo dei clan mongoli (Khan, infatti, significa supremo).

ritratto di Genghis Khan

Grazie alla sua straordinaria tattica militare, riuscì a conquistare in poco tempo un territorio vastissimo. Nel 1213 i Mongoli varcarono la Grande Muraglia e invasero l’impero Jin per poi conquistare altri territori uno dopo l’altro.

L’impero fondato da Gengis Khan, nel momento della sua massima espansione, arrivò ad occupare il 22% del territorio mondiale.

Impero Mongolo

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1227, l’espansione continuò ancora per un breve periodo di tempo, fino ad arrivare in Europa, cioè fino alla Polonia e all’Ungheria. Continua la lettura di L’Impero Mongolo

43 poeti per Ayotzinapa

“43 poeti per Ayotzinapa” è un’iniziativa letteraria internazionale per far luce sugli atroci fatti accaduti il 26 settembre 2014 agli studenti desaparecidos della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Stato del Michoacàn.

Cominciamo per prima cosa proprio dalla scuola normale rurale, un istituto dello stato del Guerrero, Messico, in cui il tipo di preparazione è universitario, vi è un esame di accesso che viene superato da circa 120 studenti ogni anno. Dopo un paio di settimane per adattarsi, si cominciano le materie di studio: Osservazione della pratica docente, Geografia, Spagnolo, Scienze naturali, Matematica.

Gli studenti studiano e lavorano, coltivano fiori gialli, chiamati senpasuchil con cui alimentano una raccolta fondi che permette di sostenere le spese della scuola.

Tutto è cominciato il 26 settembre 2014, quando un centinaio di ragazzi dell’istituto si recò nella vicina Iguala per sequestrare alcuni autobus da utilizzare per raggiungere una manifestazione nella capitale, Città del Messico, ma, partiti per tornare in paese, furono intercettati dalla polizia locale.

Da questo momento la versione varia in base a chi la racconta: secondo i rapporti della polizia il fine dell’operazione era di fermare gli studenti che fuggivano a bordo degli autobus sequestrati; secondo il sindacato degli studenti, invece, l’attacco sarebbe stato effettuato dalla polizia, mentre i ragazzi erano fermi e vulnerabili.

Durante l’operazione, due studenti persero la vita, alcuni fuggirono ed altri furono sequestrati dalle Forze dell’ordine.

Si contarono in tutto 43 studenti scomparsi.

Lo Stato messicano non ha potuto fornire versioni plausibili dell’accaduto,fino ad ora, ma ha fabbricato verità di comodo per far passare questo crimine come un “fatto locale”.

Dopo la sparatoria, gli studenti rapiti vennero tenuti in custodia dalla polizia di Iguala, su ordine del sindaco della cittadina, Luis Abarca, considerato, insieme alla moglie Maria Pineda, il mandante della strage.
Seguendo la versione che lo Stato ha fornito alle famiglie delle vittime, i ragazzi sarebbero stati venduti alla banda criminale dei Guerreros Unidos, spacciandoli per appartenenti al gruppo rivale Los Rojos. A questo punto vennero portati alla discarica di Cocula dove furono uccisi da Patricio Retes, Juan Osorio e Agustin Garcia Reyes i quali, successivamente, bruciarono i corpi.

Subito dopo l’incidente del 26 settembre, Luis Abarca e Maria Pineda scapparono dallo Stato del Guerrero, ma furono arrestati il 4 novembre 2014.

La storia del sequestro da parte dei Guerreros unidos, della loro eliminazione con un colpo di pistola alla nuca, del grande falò con cui i narcos avrebbero fatto bruciare i corpi è una grande bugia inventata dalla magistratura per far uscire il governo dall’imbarazzo evidente e per consegnare al mondo una versione di comodo, organizzando addirittura un video con la confessione dei tre criminali.

L’ONU insiste per avere risposte e dichiara che il caso non è chiuso, come vorrebbe il governo Nieto, né può restare impune.

Nel frattempo gli anni passano e le famiglie, straziate dal dolore, possono solamente piangere i figli e fratelli scomparsi, organizzando marce e manifestazioni per chiedere che venga fatta luce sulla strage del 26 settembre.

Le conseguenze della Rivoluzione Industriale

A partire dalla seconda metà del ‘700, ebbe inizio in Inghilterra un fenomeno noto come Rivoluzione Industriale, risultato di un insieme di innovazioni economiche e sociali finalizzate a mutare la vita umana in tutti i suoi aspetti. Esso segnò un punto di svolta da un’economia sostanzialmente agricola ad una basata sulla produzione di beni tramite l’uso di macchine, rendendo l’industria (settore secondario) la principale fonte di reddito della società.

Questo insieme di cambiamenti si originò in Inghilterra per una serie di fattori favorevoli al suo sviluppo economico futuro: la disponibilità di capitali da investire, la ricchezza di materie prime dell’isola (soprattutto ferro e carbone), l’efficienza della rete di trasporti, la possibilità di poter disporre di un mercato internazionale molto vasto, la migrazione di masse di contadini dalle campagne alle città e le innovazioni tecnologiche operate da tecnici e scienziati inglesi.

Il primo settore ad essere trasformato dalle innovazioni tecniche della Rivoluzione Industriale fu quello tessile, molto attivo nell’isola a causa dell’ abbondanza di materie prime come lana e cotone, quest’ultimo fornito dalle colonie d’oltremare inglesi. Nell’arco di qualche decennio l’intera produzione di tessuti venne completamente automatizzata, grazie all’utilizzo di telai meccanici funzionanti tramite ruote idrauliche. Ma la vera innovazione in ambito economico e sociale fu l’invenzione della macchina a vapore ad opera di Thomas Newcomen, la quale fu poi perfezionata da James Watt nel 1769. Dapprima utilizzata in ambito minerario, per prosciugare le gallerie allagate, essa fu poi applicata nel settore dei trasporti, rivoluzionando il modo di spostarsi della gente, grazie all’invenzione di battelli e treni a vapore.

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Tuttavia, questa serie di innovazioni ebbe un impatto molto forte sulle condizioni della classe produttiva. In primo luogo con l’istituzione delle fabbriche, unità produttive nelle quali i beni erano prodotti in grandi quantità con l’utilizzo di macchinari, il che condusse ad una frammentazione del meccanismo di produzione. Ad operai non specializzati, infatti, spettava il compito di eseguire azioni semplici e ripetitive, anche per 15 ore al giorno, in condizioni lavorative pessime e in ambienti malsani. In quell’epoca non esistevano leggi che stabilivano la durata delle giornate lavorative e tutelavano i diritti della classe operaia: si può spiegare in questo modo il perché dello sfruttamento di donne e bambini all’interno delle fabbriche, e la presenza di bambini molto piccoli (5-7 anni) nelle miniere.

Anche le condizioni urbane della classe produttiva erano miserabili: dettate dal sovraffollamento, dovuto alla migrazione di manodopera dalle campagne, le città industriali sorte nei pressi delle fabbriche mancavano di servizi igenico-sanitari fondamentali, come il rifornimento d’acqua, le fognature e gli ospedali. In questi ambienti insalubri e fatiscenti era molto facile contrarre malattie infettive, e di conseguenza l’aspettativa di vita in quelle città subì un grosso calo.

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Gustave Doré, Over Lodon By Rail 1872

Si può dunque affermare che con l’avvento della Rivoluzione Industriale la condizione dei lavoratori peggiorò, ma tuttavia negli anni Venti e Trenta del XIX secolo sorsero le prime organizzazioni sindacali a difesa dei lavoratori, e le loro condizioni di lavoro migliorarono gradualmente. In Italia, ad esempio, l’orario di lavoro di otto ore fu raggiunto solo nel 1919.

Diego Nesticò