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Da Eraclito ad Aristotele: la ricerca della realtà

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume (…)

Così diceva Eraclito, più di duemila anni fa.

Sembra un’affermazione assurda, se non si tiene in considerazione un fattore importante che domina e condiziona la nostra vita in ogni momento: il tempo. Esso implica che ogni nostro istante non sia mai uguale all’altro e che noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro. In ogni momento noi non siamo più quello che eravamo un momento prima, il nostro corpo è cambiato, la nostra mente è cambiata, il nostro pensiero è un altro pensiero che lo si voglia o no. Ciò vale per noi come esseri umani, corpi vivi e mutevoli, ma anche per tutto ciò che ci sta attorno, compresi gli oggetti inanimati come l’acqua di un fiume.

Ne consegue un problema: se qualsiasi cosa intorno a noi cambia e non è più la stessa di prima, come possiamo identificarla con lo stesso nome? Continua la lettura di Da Eraclito ad Aristotele: la ricerca della realtà

La politica secondo Platone

Platone
Busto di Platone

Nell’ultimo periodo della sua vita, il filosofo Platone (V-IV secolo a.C.) scrisse due dialoghi dedicati alla politica, ma profondamente diversi tra loro per idee e contenuti.
Nel primo dialogo, Il Politico, Platone descrive come dev’essere il perfetto uomo politico e differenzia sei tipologie di costituzione. Secondo il filosofo, la risorsa fondamentale di chi governa è la ragione: egli non ha bisogno di leggi, poiché deve possedere unicamente la capacità di governare qualunque comunità, ovvero la “scienza regale”, come un moderatore. Per il filosofo, infatti, il buon politico doveva essere in grado di unificare e mescolare gli elementi che compongono una comunità con una giusta misura, ovvero come un buon misuratore.
Platone ritiene però molto difficile trovare buoni politici. Perciò, suddivide i sei diversi tipi di governo in due gruppi: quelli buoni, che rispettano le leggi, ovvero la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia; e quelli “cattivi”, basati invece sulla violazione delle leggi, ovvero la tirannide, l’oligarchia e un’altra forma di democrazia.
La legge può dunque supplire alla mancanza del buon misuratore.
Platone considera la monarchia la costituzione migliore, poiché essa consiste nel governo del buon politico, mentre la tirannide quella peggiore.

E se questo “buon politico” non fosse davvero così buono? A parer mio la monarchia non può essere considerata il governo migliore, in quanto si basa esclusivamente sulle scelte e sui pensieri di un’unica persona, non sempre dotata della “scienza regale” citata da Platone. Un singolo uomo non può essere in grado di prendere le decisioni migliori per il proprio popolo, anche se egli fosse l’uomo più saggio del mondo, poiché non potrà mai trovarsi in accordo con tutti i cittadini.  La monarchia, infatti, potrebbe diventare rischiosa se vista come un modo per possedere il pieno potere (portando, talvolta, alla tirannide), senza prendere in considerazione i diversi bisogni di una comunità.
L’essere umano ha il diritto di esprimere le proprie idee, le proprie opinioni, ed è indispensabile che tutti vengano ascoltati, per far sì che, tutti insieme, si raggiunga la decisione migliore e si verifichi una condizione di “buon governo”. Bisogna quindi dare ad ognuno la possibilità di manifestare i propri pensieri, come avviene per esempio in democrazia, tramite elezioni e referendum.

Come Platone stesso affermerà nel suo ultimo dialogo politico, Leggi, in contraddizione con il suo precedente scritto, non esiste un modello migliore di governo. La costituzione migliore deve possedere le qualità più valide presenti nei diversi tipi di governo, e deve essere in grado di maneggiarli con attenzione. Bisogna dunque sfruttare ciò che di meglio si trova nelle diverse situazioni e riunire alcuni degli elementi presenti nelle diverse costituzioni.

Le leggi servono, non sono superflue. Esse sono in grado di guidare lo stato verso ciò che è utile per la comunità, e lo fanno in termini generali, senza analizzare i singoli casi; sono indispensabili, poiché garantiscono la libertà ai cittadini, ma devono essere scritte con la saggezza e il buon senso umano, senza esagerare, perché è su queste caratteristiche che si basa una forma di buon governo.

Per un confronto tra Platone e Cicerone

Papiro con frammento della Repubblica di Platone
Papiro con frammento della Repubblica di Platone

Sia Platone sia Cicerone dedicano alla riflessione politica un ampio spazio ed entrambi scrivono un dialogo intitolato La Repubblica. Ma che cosa avvicina il filosofo greco all’uomo latino? Quali idee condividono e in quali, invece, divergono? Per scoprirlo bisognerà partire proprio dall’analisi delle due opere che li accomunano per il titolo scelto.

La Repubblica di Platone ha la giustizia come tema principale. Nel II libro Socrate, dopo aver confutato alcune definizioni circa il significato di giustizia, propone di ricercare che cosa è la giustizia in un quadro più ampio e, dunque, più facile da analizzare: lo Stato.

L’indagine è resa possibile dal legame fra etica e politica; infatti, non può esistere una società buona senza che anche i suoi membri lo siano per primi.

Socrate considera un modello di Stato piuttosto semplice in cui gli uomini soddisfano solamente i bisogni fondamentali: il sostentamento materiale e la difesa. Questi due bisogni spingono, perciò, il legislatore a riorganizzare i cittadini in classi, dove troviamo i lavoratori, i guardiani difensori dello Stato e, infine, i governanti. Ogni membro di questa società lavora per realizzare solo cose di carattere positivo.

Successivamente, riadattando un vecchio mito di Esiodo, le tre classi vengono associate alle tre parti dell’anima: alla sapienza, al coraggio e alla temperanza. La giustizia, perciò, consisterà nell’ordinamento per cui ciascuno svolge le attività che gli competono naturalmente senza usurpare quelle degli altri.

A trarre ispirazione e a scrivere un trattato politico sullo Stato a partire dalla Repubblica di Platone, è Marco Tullio Cicerone, autore tra il 54 e il 51 a.C. del De re publica. Non c’è dubbio. Innanzitutto, perché in quest’opera anche Cicerone, come Platone, ragiona su quale sia lo Stato perfetto; poi, perché ritorna il modello del dialogo platonico; infine perché il mito di Esiodo che chiude l’opera platonica è la fonte della sezione conclusiva dell’opera di Cicerone, il Somnium Scipionis.
Ma Cicerone, a differenza di Platone, evita qualsiasi discorso ideale o astratto e preferisce proiettarsi nel passato, facendo riferimento a Stati veramente esistiti.
La sua originale rielaborazione dell’opera platonica si fonda, infatti, sulla comparazione tra il pensiero greco e la tradizione etica, politica e giuridica romana.

Busto di Cicerone presso i Musei Capitolini
Busto di Cicerone presso i Musei Capitolini

Egli ambienta il suo dialogo nel 129 a.C., anno della costituzione romana presieduta dagli Scipioni, di cui Scipione Emiliano è uno dei maggiori protagonisti.

In primo luogo discute delle tre diverse forme classiche di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. La conclusione? Semplicemente si afferma che inevitabilmente queste degenerano nelle loro forme estreme, ovvero la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia.

La soluzione non è astratta, anzi, concreta: lo Stato migliore è il regime “misto” della res publica romana (e qui riecheggia di nuovo Platone),che, per fortuna, sa essere un po’ monarchia, un po’ aristocrazia, un po’ democrazia.

Segue, poi, nel libro VI il Somnium Scipionis, che rappresenta il più importante frammento pervenutoci del De re publica, in cui Scipione Emiliano racconta agli interlocutori di un sogno fatto anni prima, all’inizio della terza guerra punica. Egli aveva visto in sogno Scipione Africano che gli parlava dall’alto della via Lattea, sede dei grandi uomini, rivelandogli il destino delle anime dei defunti.

Il messaggio di Cicerone, così come si esprime per bocca dell’Africano, è duplice: gli uomini devono aspirare alle cose celesti; là, tra l’armonia di quelle sfere, le anime troveranno la vera ricompensa; la gloria umana, osservata dalle altezze del cielo, appare ben piccola cosa, quindi, finché essi saranno sulla terra il loro dovere sarà servire la patria, ma senza insuperbirsi. ma finché saranno sulla terra il loro dovere sarà servire la patria, senza insuperbirsi.

Da tutto ciò sappiamo che Cicerone era totalmente legato alla tradizione della res publica aristocratica. Per lui la fedeltà alla tradizione implicò anche scelte che oggi non sembrano condivisibili: leader degli oligarchici, egli per regola e abitudine metteva sempre al primo posto i boni cives, i possidenti (quelli che, invece, per Platone erano filosofi) e che erano anche i primi destinatari delle sue opere.

Dal confronto, fin qui condotto, tra il pensiero platonico e quello ciceroniano, è evidente come Cicerone, al contrario di Platone, abbia un’idea politica più concreta e chiara. Cicerone si appella sin dall’inizio ai cittadini romani affinché si impegnino politicamente, si sofferma sulla specifica costituzione della res publica romana e fa continui riferimenti a Roma. Il pragmatismo di Cicerone, dunque, costituisce il punto di forza della sua opera, laddove l’idealismo platonico è motivo di debolezza. Entrambi, però, hanno un limite: porre come unica guida dello Stato un’ èlite illuminata e individuare in modo netto ruoli e compiti di ciascuno.

Tutto questo, infatti, se applicato alla lettera potrebbe finire per escludere il popolo da una partecipazione attiva alla politica e per diventare all’interno degli Stati attuali un vero e proprio strumento di discriminazione e sopraffazione sociale.

Platone e la sua teoria dell’anamnesi

Platone scrisse molti dialoghi durante la sua vita. Essi hanno natura prevalentemente polemica e spesso si chiudono senza che gli interrogativi proposti abbiamo trovato una risposta. Uno fra questi è il Menone in cui viene per la prima volta affrontata la teoria della reminiscenza o dell’anamnesi.

Per Platone infatti apprendere, e quindi conoscere non è altro che richiamare alla memoria e ricordare quanto già si sapeva.
Quindi vuol dire che una persona può conoscere già tutto semplicemente ricordando quello che già sapeva nella vita precedente?

Infatti nel Menone Platone prova la sua tesi con l’esempio pratico di uno schiavo che risolve un problema di geometria solo rispondendo ad alcune domande: questo perché, non avendo mai studiato geometria in quella vita, ha ricordato ciò che la sua anima aveva appreso nell’aldilà.

Probabilmente oggi nessuno crede più a questa teoria. In effetti, la teoria di Platone è poco convincente. Platone sembra pensare che si possa arrivare alla verità solo in maniera passiva , contemplandole nell’Iperuranio. Eppure lo schiavetto potrebbe essere arrivato alla soluzione, non perché ricorda, ma perché, sollecitato dalle domande, è riuscito a trovare soluzioni per lui nuove.
Per Platone neppure un dio come il Demiurgo crea. Plasma soltanto, ad imitazione delle idee. Ma noi, uomini d’oggi, lo sappiamo: gli esseri umani sono capaci di scoprire cose nuove, sono grandi creatori.

Chi ha ragione?

Platone riteneva che nessun uomo è uguale ad un altro. Ciò è dato anche dal fatto che, secondo il filosofo, l’anima di un uomo è tripartita, cioè l’anima di un uomo ha tre parti: c’è una parte razionale, che presiede all’uso della ragione, una parte concupiscente, che regola i desideri e i bisogni primari dell’uomo, e una parte animosa, che sarebbe una parte intermedia tra le precedenti, che genera le passioni positive, come ad esempio il coraggio. Il filosofo inoltre immaginava che, in uno Stato ideale, la cui forma di governo era la monarchia (infatti Platone riteneva che la tirannide era ingiusta e la democrazia corrotta, visto che aveva condannato a morte uno degli uomini migliori, Socrate; verso la vecchiaia Platone riterrà una forma mista il governo migliore), gli uomini che avevano l’anima la cui parte prevalente era quella razionale dovevano essere i governanti, quelli con la parte animosa dovevano essere i guerrieri e quelli con la parte concupiscibile, non essendo in grado di tenere a freno i loro istinti, avrebbero dovuto essere i lavoratori. Insomma, gli uomini non erano paragonabili tra loro.

Secondo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che è un testo giuridico elaborato durante la Rivoluzione francese, oltre ai vari diritti fondamentali dell’ uomo, c’è il principio di uguaglianza, cioè tutti gli uomini sono pari tra loro, senza distinzioni di alcun genere.

Chi ha ragione quindi?

La Dichiarazione, verrebbe da dire, perché elenca una serie di diritti importantissimi ed è stata prodotta in tempi moderni, durante una rivoluzione a cui poi ne è seguita una repubblica.

Ma ha proprio torto Platone?

Secondo me no. Il mio parere è che sia il filosofo che la Dichiarazione hanno qualcosa sia di giusto sia di errato. È vero che abbiamo tutti gli stessi diritti fondamentali, come ad esempio il diritto alla vita, però è anche vero che non siamo tutti uguali, in quanto ogni persona ha un proprio carattere, una propria personalità, insomma un proprio modo di essere. Perciò bisogna pensare che siamo uguali solo in determinati aspetti, per il resto è molto meglio essere diversi.

Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen
Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen

Il Timeo

Pagina del Timeo in una traduzione latina
Il Timeo,un dialogo scritto da Platone verso la metà del quarto secolo, ebbe una forte influenza sulla filosofia dei secoli successivi.
Tratta principalmente tre questioni: l’origine dell’universo, la sua struttura e la natura umana. Questi tre argomenti suddividono l’opera in tre parti nelle quali è trattato un problema alla volta. Un prologo introduce la storia. I protagonisti del dialogo sono Socrate, Timeo di Locri (a cui si deve il nome dell’opera), Ermocrate e Crizia. Ci viene spiegato che il dialogo è il proseguimento di una discussione nella quale si era parlato degli argomenti della Repubblica.

Nella prima parte del dialogo parla il solo Timeo. Platone fa raccontare al personaggio l’origine dell’universo, ma poiché questo argomento fa parte della realtà sensibile, che per Platone è qualcosa di intermedio tra l’essere e il non essere, il racconto non può essere del tutto vero ma soltanto verosimile, un mito usato per rappresentare approssimativamente un argomento non spiegabile dalla ragione. Il racconto iniziale di Timeo parla del Demiurgo, una forza ordinatrice, imitatrice, plasmatrice, trasformatrice ma non creatrice, che prende i quattro elementi materiali (acqua, aria, terra e fuoco), i quali si agitavano disordinatamente, e impone loro forma e numeri. In seguito il Demiurgo crea il tempo, immagine dell’eternità, e gli astri. A queste divinità create attribuisce il compito di forgiare quello che resta del mondo, ovvero i corpi delle creature mortali; in questo modo il cosmo è compiuto in maniera completa e bella.

Nella seconda parte del dialogo, Timeo descrive la natura del principio materiale del cosmo, informe e caotico. Successivamente si occupa dello studio dei fenomeni fisici, ed avvisa che le conclusioni a cui arriverà non saranno certe ma solo probabili, poiché appartengono ad un argomento in continuo cambiamento. Platone descrive il cosmo come composto dai quattro elementi: fuoco, terra, aria e acqua. Inoltre afferma che ciascuno di questi elementi ha la forma di un solido geometrico regolare (tetraedro, cubo, ottaedro e icosaedro) e suppone che tutte le cose abbiano una forma riconducibile a questi solidi, che a loro volta sono scomponibili in triangoli. Tutto quindi si riconduce a triangoli, cioè a superfici regolari. Persino gli aspetti sensibili delle cose, colori, sapori e odori sono collegate a strutture e rapporti matematici. Questa parte del dialogo si conclude con altre considerazioni fisiche riguardanti le varie forme che gli elementi assumono e le relazioni tra essi ed i sensi umani.

Nella parte finale del dialogo vengono descritte le caratteristiche fisiche dell’uomo. Si analizzano la funzione e la composizione dei vari organi e si tratta delle parti mortali dell’anima, dell’invecchiamento, della morte e delle malattie che colpiscono corpo e anima. Per finire vengono descritte le sorti dell’anima dopo la morte che, si reincarna in un corpo di donna o di animale se durante la vita si sono commesse azioni malvagie. Così si conclude il discorso di Timeo sul cosmo.

Il Timeo ha rappresentato per molti secoli la base che i filosofi hanno usato per spiegare la realtà. Inoltre molti temi del Timeo sono stati ripresi in età rinascimentale, uno su tutti l’idea dell’anima.

Platone e la dialettica come confutazione

Papiro Oxyrhynchus con frammento de La Repubblica.
Papiro Oxyrhynchus con frammento de La Repubblica.

Platone fu un filosofo ateniese. Nacque ad Atene intorno al 428 a.C. da genitori aristocratici: il padre Aristone, gli impose il nome del nonno, cioè Aristocle. La sua data di nascita viene fissata da Apollodoro di Atene, nella sua Cronologia, all’ottantottesima Olimpiade. Fu un altro Aristone, un lottatore di Argo, suo maestro di ginnastica, a chiamarlo per la larghezza delle spalle “Platone”, che praticava una sorta di lotta o pugilato.

Un aspetto importante delle teorie filosofiche di Platone fu la “dialettica”: ne parlò per la prima volta nel Menone. In quest’opera contrappose il dialogo usato dai sofisti, che pur di raggiungere il loro obiettivo ingannavano la gente, a quello in cui le persone difendevano la loro tesi senza alcun tipo di inganno. Sempre nel Menone, Platone sostiene che la dialettica si serve di ipotesi e ne deduce le conseguenze per stabilire se sono vere oppure false.

Nel Fedone Platone perfeziona questa tesi precisando che la dialettica consiste nel formulare ipotesi riguardo a ciò che si vuole sapere e analizzando quali conseguenze ne derivano: se la conseguenza contraddice l’ipotesi, questa va considerata insostenibile e quindi falsa. Se invece esse non sono in contraddizione, l’ipotesi può essere considerata sostenibile. Questo però, non basta ad assicurarsi che essa sia vera: per ottenere questa assicurazione, bisognerà cercare di rendere “ragione ” dell’ipotesi, cioè di vedere se essa è riconducibile ad un’ipotesi più generale, ossia se è a sua volta una conseguenza di un’altra ipotesi, della cui verità si sia certi; e se anche di questa non si è certi, bisogna risalire ad un’ipotesi ancora più generale, finche non si giunga ad un punto sufficiente, cioè in un punto in culi la verità sia stata accertata con sicurezza.

Quando non si è certi di qualcosa o si vuole sapere qualcosa, la soluzione migliore è cercare delle ipotesi: in seguito bisogna cercar di distruggerle mediante autentiche confutazioni. L’ipotesi che riuscirà a resistere alla confutazione, una volta distrutte tutte le altre, sarà l’ipotesi vera.

Questo è affermato da Platone nella Repubblica.
La situazione presentata in precedenza, capita molto spesso allo studente quando si trova di fronte a un test a crocette in cui il professore come risposte, oltre a quella giusta ne ha inserite alcune ambigue che potrebbero sembrare giuste. Ora, come fa lo studente a capire qual è quella giusta? Innanzitutto deve aver studiato e poi sceglie la risposta giusta andando per esclusione: crea delle ipotesi e cerca di capire perché la risposta presa in considerazione può essere sbagliata. Quando vede che l’ultima ipotesi non “smontata” corrisponde a una risposta, solo a quel punto è certo che sta scegliendo la soluzione corretta.

L’illustrazione di questo procedimento fatta da Platone la troviamo nel Parmenide, dove si dice esplicitamente che la dialettica consiste nell’applicare alle idee l’argomentazione usata da Zenone di Elea a proposito delle realtà sensibili, che consisteva nel dimostrare una tesi mediante la confutazioni delle ipotesi.

Platone inoltre, afferma che non basta assumere, come faceva Zenone, una singola ipotesi e dedurne le conseguenze per vedere se esse sono contraddittorie fra di loro: bisogna assumere anche l’ipotesi opposta alla prima e dedurne ugualmente le conseguenze per vedere se anche queste siano contraddittorie fra di loro.
Ultimo ma non per importanza è “il principio di non contraddizione” che da Platone viene implicitamente formulato e che impone di considerare come falso un discorso contenente delle contraddizioni, ma anche la validità di quello che sarà chiamato il “principio del terzo escluso”, ossia del principio per cui, fra due tesi contraddittorie l’una rispetto all’altra, è necessario che una sia vera e l’altra sia falsa, così che, una volta individuata, mediante la confutazione, qual è quella falsa, si sa con sicurezza anche qual è quella vera.

Le dottrine non scritte di Platone

Platone nacque ad Atene nel 428/427 a.C. da una ricca famiglia. Ben presto entrò in contatto con gli uomini più colti dell’Atene di quel tempo. Fu discepolo di Socrate e ne fece il personaggio principale di quasi tutti i suoi dialoghi.

 

Platone è uno dei pochi filosofi di cui ci siano pervenute tutte le opere: 34 dialoghi, un monologo e una raccolta di Lettere.

 

Sappiamo che intorno al 385 a.C. egli fondò l’Accademia, un luogo in cui si insegnava e si studiava conducendo una vita in comune, dedicata alla ricerca e alla preparazione di uomini politici e legislatori.

Aristotele, discepolo di Platone, affermò che proprio qui il filosofo tenne alcune lezioni sul Bene (che, però, non furono messe per iscritto e che quindi furono denotate come “dottrine non scritte”).

Tuttavia alcuni discepoli di Platone, che assistettero a queste lezioni, stesero una relazione scritta su questo argomento e la chiamarono proprio “Sul Bene”. E’ grazie a loro, quindi, se parte degli insegnamenti orali di Platone sono giunti fino a noi.

Ci chiediamo, quindi, come mai queste dottrine non furono messe per iscritto da Platone stesso. Probabilmente il filosofo decise di non scrivere di questi insegnamenti proprio perché non voleva che essi venissero divulgati tra la gente inesperta e che quindi potessero essere fraintesi.

 

Leggendo le “dottrine non scritte”, però, gli studiosi si sono accorti che parte delle dottrine presenti in esse sono in contraddizione con quelle esposte da Platone stesso nei dialoghi.

Quali saranno, allora, le dottrine da considerare valide? Quelle dei dialoghi o quelle delle “dottrine non scritte”?

A questo proposito è sorto un acceso dibattito fra gli studiosi.

Secondo alcuni, Platone non ha mai esposto i suoi insegnamenti oralmente e quelle che sono giunte a noi come “dottrine non scritte” sono un fraintendimento dei dialoghi da parte di Aristotele.

Altri ritengono che le dottrine orali siano la parte più significativa degli insegnamenti di Platone e che quindi i dialoghi rappresentino solamente un introduzione ad essi per far comprendere le dottrine anche agli estranei all’Accademia.

Altri ancora, infine, ritengono che le relazioni delle “dottrine non scritte” si riferiscano all’insegnamento tenuto da Platone nei suoi ultimi vent’anni di vita; a partire dal periodo, quindi, in cui venne composta la Repubblica.

Quale sarà l’ipotesi più attendibile?

Innanzitutto, dato che Aristotele trascorse vent’anni nell’Accademia, risulta impossibile che questi abbia frainteso o forzato radicalmente il pensiero del maestro (anche perché gli altri studiosi della scuola avrebbero potuto smentirlo). È da considerare errata, dunque, la prima ipotesi.

Neanche la seconda ipotesi può essere ritenuta vera poiché molte sono le differenze tra le “dottrine non scritte” e quelle presenti nei dialoghi precedenti alla Repubblica e tante sono anche le somiglianze che possiamo trovare tra le “dottrine non scritte” e quelle contenute nei dialoghi dalla Repubblica in poi.

Consideriamo, quindi, l’ultima ipotesi come quella più probabile: Aristotele affermò che ad un certo momento Platone modificò la dottrina delle idee, collegando le idee con i numeri. Ciò corrisponde al fatto che nei dialoghi precedenti alla Repubblica le idee non sono collegate con i numeri, mentre nei dialoghi dalla Repubblica in poi e nelle “dottrine non scritte” vi è questo collegamento.

 

Potremmo concludere, dunque, dicendo che i dialoghi scritti avviano un discorso che porta ad un elevato livello, ma il punto conclusivo si trova solamente nelle “dottrine non scritte”.

 

La politica di Platone

Platone per tutta la vita rifletté sulla politica e su quali dovessero essere le perfette virtù del politico e il tipo migliore di governo per una città.
Come può essere considerato oggi il sistema politico di Platone?
Platone nei suoi ultimi due discorsi, il Politico e soprattutto le Leggi, tratta del suo modello di “città seconda”, ossia la città realizzabile che più si avvicina alla città perfetta immaginata dal filosofo, a differenza della Repubblica dove lo stesso Platone ammette di parlare di una realtà utopistica non realizzabile.
Nel Politico indica quali devono essere le caratteristiche del politico, ossia del governante della città: la scienza politica diventa “arte della misura” dove il governante deve essere un “abile tessitore”, che sa intrecciare i diversi elementi di cui è composta la città nella “giusta misura”.
Inoltre nel Politico Platone espone i sei diversi tipi di costituzione; i primi tre rispettosi delle leggi, buoni, e i secondi tre derivati dalla violazione delle leggi, cattivi; nonostante in questo discorso il filosofo pensi ancora che il buon politico non abbia bisogno di leggi perché consigliato dall’arte della misura.
Le costituzioni buone sono la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia, mentre quelle cattive sono la tirannide, l’oligarchia e sempre la democrazia, notando che per questa ultima Platone da lo stesso nome sia che si tratti della buona sia che si tratti della cattiva forma di governo.
Solo nelle Leggi Platone afferma la centralità delle leggi nel governo di una comunità e pensa a una costituzione mista, come Sparta e Creta, dove la monarchia (il re), simbolo di unità, l’aristocrazia (il Consiglio o il Senato), simbolo di saggezza, e la democrazia (il popolo), simbolo di libertà, si uniscono.
E’ interessante notare come Platone, anche se non immediatamente, ma dopo un cambiamento graduale, arrivi tuttavia ad un modello di politica molto simile al sistema di governo dei principali stati mondiali.
Una nota negativa del pensiero del filosofo, secondo il mio punto di vista, è il fatto che ripone troppa importanza nella monarchia e di come questa sia una condizione necessaria in un buon governo.
Secondo la mia opinione la forma di governo corretta comprende un ristretto gruppo di persone competenti delegate ad amministrare la comunità, ma il vero potere decisionale deve essere del popolo, che democraticamente elegge tutti i suoi rappresentanti.
In realtà però un governo non è o buono o cattivo solo perché la forma è una monarchia anziché una democrazia; l’elemento fondamentale che rende un governo giusto è la componente umana, perché sta nell’abilità del governante, uno o tanti che siano, amministrare la comunità in modo che tutti diano il loro contributo e che tutti possano essere felici, usando come diceva Platone l’arte della misura.

Platone e la dialettica

Platone
Platone

La dialettica è per Platone la tecnica propria della filosofia, tant’è vero che egli è generalmente considerato il padre della dialettica. Il termine identifica un metodo discorsivo, cioè fondato sull’uso di concetti, parole e  proposizioni in cui le idee vengono spiegate mettendole in relazione le une con le altre. Quando descriviamo una cosa con le parole, infatti, non facciamo altro che mettere in relazione questa cosa con le altre, individuando che cosa di essa può essere detto e che cosa no. Per capire meglio questo concetto si può far riferimento ad un semplice esempio: vogliamo sapere che cos è la giustizia; il metodo da seguire per arrivare a rispondere a questo quesito, seguendo la definizione del termine “dialettica”, consisterà nel mettere in relazione l’idea di giustizia “in negativo” con le cose che non è, poi in “positivo” con le cose che è. Nel primo caso troveremo, ad esempio, che la giustizia non è empia, nel senso che una definizione di giustizia compatibile con il fatto che un uomo giusto sia anche empio non è possibile. Mentre nel secondo caso troveremo che la giustizia è “coraggiosa”, nel senso che una definizione di giustizia compatibile con il fatto che un uomo giusto non sia coraggioso non può essere corretta. In sintesi la dialettica è, nella sua essenza, l’arte di riunire (quindi l’analisi) e dividere (la sintesi), di collegare organicamente, in base a precisi rapporti ciò che è relativamente unitario a ciò che è relativamente molteplice, ciò che è relativamente universale a ciò che è relativamente particolare. Detto questo possiamo giungere alla conclusione che la dialettica di Platone è suddivisa in due tipi: la dialettica come confutazione e la dialettica come unificazione e divisione. Per quanto riguarda la prima, sappiamo che Platone parla della dialettica per la prima volta nel Menone, dove contrappone il modo di discutere e di confutare praticato dai sofisti, che mira al successo con tutti i mezzi, persino con l’imbroglio, al modo di discutere praticato tra amici, dove ciascuno difende ugualmente la propria tesi, ma solo con mezzi leciti; quindi dando risposte sincere alle domande dell’interlocutore usando solamente le premesse che questi ha concesso. Quest’ultima è la vera dialettica, l’arte di confutare sulla base delle premesse concesse dal proprio interlocutore. Sempre nello stesso testo, Platone precisa che la dialettica si serve di ipotesi, di cui ignora la verità e ne deduce le conseguenze, per giudicare in base a queste se l’ipotesi sia vera o falsa. Come si possa accertare la verità, viene detto nella Repubblica, dove Platone afferma che per arrivare al principio anipotetico, bisogna “distruggere le ipotesi” ovvero confutarle. Ciò significa che bisogna prima formulare tutte le ipotesi possibili riguardo ad un argomento, poi cercare di distruggerle tutte mediante delle confutazioni, l’ipotesi che riuscirà a resistere alle confutazione, una volta distrutte tutte le altre, sarà quella vera, cioè un principio non ipotetico. Per quanto riguarda il secondo tipo di dialettica Platone precisa ulteriormente il significato del termine, definendolo un metodo, un percorso del sapere per ricondurre ciascuna specie di cose molteplici all’unica idea a cui tutte partecipano, questa idea insieme con le altre idee del medesimo tipo all’idea superiore e più generale. Nel Fedro, infatti Platone afferma che la dialettica è l’arte di ricondurre il molteplice all’uno, o “unificazione”, e l’arte di dividere l’uno nel molteplice, o “divisione”. Nel Sofista, Platone riprende la stessa definizione, precisando che la dialettica consiste nel saper dividere per generi, scoprendo quali idee comunicano tra loro e quali non comunicano. In tal modo la dialettica si configura come una classificazione generale di tutte le idee, ovvero una scienza universale.