Tutti gli articoli di Monica Santagata

La Guerra Bianca – White War

Donadei, Nardon, Santagata, Selleri

Il monte Vioz visto da una trincea - foto di Daniele Nardon
Monte Vioz visto dalla trincea – Monte Vioz seen from a trench

La Guerra Bianca

Come è ben noto, la Prima Guerra Mondiale, conflitto dalle cause più varie, fu caratterizzato da tragici eventi, propri di uno scontro armato di dimensioni globali, e da conseguenze devastanti, che hanno influenzato il periodo postbellico dei paesi coinvolti.

Un avvenimento di nicchia, contemporaneo alla Grande Guerra, che si distingue dall’immaginario comune di “conflitto”, è stato la Guerra Bianca, così definita perché combattuta sulle cime delle Alpi del Tirolo meridionale. Il conflitto si combatté in modalità differente a seconda dell’area coinvolta e presentò conseguenze variabili. La seguente è la storia di Vermiglio, paese situato a nord del Trentino Alto Adige, al confine con l’Impero Austro-Ungarico durante la I GM. Attualmente conta poco più di due migliaia di abitanti; in passato era abitato da umili pastori e contadini. La forma di commercio prevalente era il baratto, finché nel 1905 in Austria venne dato inizio ai lavori di fortificazione del confine e la moneta fu messa in circolazione.

Per ordine dell’alto comando militare si stavano già allora costruendo i forti pesantemente armati di obici e cannoni in grado di fare fuoco su posizioni oltre valle. I forti erano il Zaccarana, il Pozzi Alti, lo Strino e il Mero, costruiti anche grazie ai vermeani, termine dialettale usato per identificare gli abitanti di Vermiglio, i quali offrirono la loro manodopera in cambio di un ridotto guadagno in monete.

Forte Zaccarana
Forte Zaccarana colpito dall’artiglieria italiana
Forte Zaccarana oggi - Forte Zaccarana today
Forte Zaccarana oggi

Un esempio: il Forte Zaccarana

L’Impero Austro-Ungarico aveva preceduto le truppe del Regno d’Italia e, oltre alla fortificazione delle linee di confine, aveva anche predisposto che gli irredentisti fossero fatti prigionieri e che fosse creata una fascia di territorio libero sul confine. Queste ultime due disposizioni furono attuate solo successivamente perché la manodopera degli abitanti era utile. Tuttavia, ciò non contribuì ad attenuare il continuo clima di terrore causato dalla possibilità di poter essere arrestati anche solo per il minimo sospetto. Fu così che molti compaesani vennero internati nel campo di concentramento di Katzenau, nei pressi di Linz, mentre gli altri, indipendentemente se anziani o giovani, vennero mandati al fronte.
Gli eserciti erano provvisti solo di cannoni e fucili. Per rendere l’uso dei cannoni il più efficiente possibile, tali armamenti vennero collocati a quota più alta, in modo tale da far compiere al proiettile la traiettoria più lunga. Le modeste fortificazioni cingevano le cime delle montagne. I momenti di scontro a fuoco erano in realtà molto rari. Per la maggioranza del tempo i combattenti lottavano in trincea contro la fame e il clima rigido, proprio dei 3000 metri di quota, altitudine a cui i rifornimenti di cibo venivano spesso tagliati. I morti erano causati molto più spesso dalle condizioni climatiche, più di rado dall’attacco nemico.

obice sul monte Cresta Croce - howitzer on the top of Monte Cresta Croce
Foto d’epoca dell’obice sul monte Cresta Croce
obice sul monte Cresta Croce oggi - howitzer on the top of Monte Cresta Croce today
Obice sul monte Cresta Croce oggi

A distanza di un secolo, non è più possibile ricorrere a testimonianze dirette, ma le tracce del conflitto sono ancora ben visibili: i solchi causati dalle bombe nei boschi del Passo del Tonale, i resti delle caserme e delle trincee, il filo spinato. E’ possibile ritrovare resti di proiettili di moschetto e bossoli di cannone. Nel 2013 sono stati riportati alla luce due corpi di due combattenti, perfettamente conservati dal ghiaccio con ancora indosso gli equipaggiamenti dell’epoca.

Vermiglio oggi è cambiato, ma conserva ancora la traccia indelebile del suo passato. In seguito al conflitto, le case di chi aveva combattuto erano state ridotte a cumuli di macerie e la loro ricostruzione era avvenuta per mezzo di materiali da costruzione ricavati dalle fortificazioni. Attualmente Vermiglio è caratterizzato da case unite tra loro per mezzo di ponti, con porte d’ingresso situate nei luoghi più incerti, che si affacciano su viottoli strettissimi e ripidi, che si snodano tra l’irregolare pianta del paese e contribuiscono a caratterizzare un luogo storicamente unico.

Trincea sulla cima Cadì - Trench on Cima Cadì
Trincea sulla cima Cadì
Bomba inesplosa conservata nel ghiacciaio - unexploded bomb
Bomba inesplosa conservata nel ghiacciaio
Filo spinato sul gruppo della Presanella - barbed wire
Filo spinato sul gruppo della Presanella
Campo profughi di Mittendorf - Mitterdorf deportation station
Campo profughi di Mittendorf
Vermiglio 1919
Vermiglio distrutto dopo la guerra

White War

It’s well known that the World War I has been a very devastating conflict caused by several reasons and characterized by tragical events and consequences, which influenced the years following the War in the countries that got involved.

La Guerra Bianca (White War) was a contemporary event to the WWI, not as much important as the Big War, but certainly relevant. The conflict was fought in different manners, depending on the different towns and it also had vary consequences. The following is the story of Vermiglio, a small town located in the Italian region called Trentino Alto Adige, which was bordered by the Austro-Hungarian Empire during the WWI. Currently the amount of its inhabitants barely gets over a total of two thousands; in the past was inhabited by modest shepherd and farmers. They used to tread by exchanges and barter; they got to know the coin only in 1905, when Austria started its works to fortify its border.

During those years, the people of Vermiglio had already begun building the fortes: Zaccarana, Pozzi Alti, Strino and Mero were built with the help of the vermeani, a dialectal word to identify the people of Vermiglio, who were paid with a low gain in coins.

An example: Forte Zaccarana

he Austro-Hungarian Empire had anticipated the troops of the Italian army by making some arrangements: after fortifying its border, it made the decision of capturing all the irredentists and created a free strip of territory on its border. These last two measurements were carried out only subsequently because the inhabitants’ work was very useful at that point. However, all those arrangements didn’t make the people feel safer anyway. There was a steady climate of terror caused by the possibility of being arrested in anytime. Therefore, a lot of inhabitants were directed to the deportation station in Katzenau, nearby Linz, while others, regardless if elderly citizens or youth, were despatched to the front.
The troops were provided only with cannons and rifles. The actual battles were very rare. The fighters used to struggle against hunger and intolerable low temperature. Also, establishing at 10 thousands ft of altitude, food supplies were often suspended. Casualties were mostly caused by the severe weather conditions.

A hundred years after the war, it is not possible to get direct proves, but the traces of a devastating conflict are still visible: the grooves made by the bombs in the woods of Passo del Tonale, the rests of stations and trances, the barbed wire. It is possible to find the rests of rifle bullets and cartridge cases for cannon. In 2013 two fighters’ dead bodies were found, perfectly undamaged and conserved by the ice in the high glaciers.
Vermiglio is different today, but it still shows the trace of its painful past. After the war, the fighters’ houses were destroyed and their reconstruction was made possible thank to what remained of the fortes. Currently Vermiglio has got featuring houses connected by bridges, with entrance doors located in the most inappropriate positions, facing on narrow and steep streets, that contribute in characterizing an historically unique place.

Da Eraclito ad Aristotele: la ricerca della realtà

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume (…)

Così diceva Eraclito, più di duemila anni fa.

Sembra un’affermazione assurda, se non si tiene in considerazione un fattore importante che domina e condiziona la nostra vita in ogni momento: il tempo. Esso implica che ogni nostro istante non sia mai uguale all’altro e che noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro. In ogni momento noi non siamo più quello che eravamo un momento prima, il nostro corpo è cambiato, la nostra mente è cambiata, il nostro pensiero è un altro pensiero che lo si voglia o no. Ciò vale per noi come esseri umani, corpi vivi e mutevoli, ma anche per tutto ciò che ci sta attorno, compresi gli oggetti inanimati come l’acqua di un fiume.

Ne consegue un problema: se qualsiasi cosa intorno a noi cambia e non è più la stessa di prima, come possiamo identificarla con lo stesso nome?

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Differenze e pregiudizio

Attualmente, la distanza tra il nostro Paese, la lontana America ed il remoto Oriente sembra annullarsi. I mass media permettono una conoscenza dei fatti in tempo reale. Con la televisione e il web si è diffuso quel fenomeno chiamato globalizzazione, che riveste un ruolo fondamentale in tanti aspetti della nostra vita. Ogni abitante della Terra sembra conoscere già tutti i popoli del mondo, eppure le difficoltà di relazione tra stranieri esistono ancora.

Oggi, nel nostro pianeta altamente globalizzato, è fondamentale sviluppare la propria capacità di comprendere l’altro. Bisogna raggiungere un livello di empatia tale per cui non vi siano più incomprensioni e scontri tra gli abitanti di paesi radicalmente o superficialmente diversi. Ma, per potersi immedesimare nell’altro e condividerne così i pensieri, occorre avere un contatto molto più diretto di quello che ci offre la TV e va lasciato da parte il nostro intramontabile pregiudizio.

Vi è mai capitato di visitare un’antica città giapponese? Continua la lettura di Differenze e pregiudizio

Riportiamo un bianco alla Casa Bianca

Foto di Jamie Sabau

Quando si discute di Apartheid, sembra di parlare di un fatto lontanissimo, passato e ormai concluso. Ci si limita all’analisi degli eventi con la lettura dei libri di storia, i quali, senza troppa enfasi, mettono in luce qualche nome, come Mandela.

La lotta dei neri d’America avvenuta negli anni Sessanta del secolo scorso, per l’emancipazione, per l’affermazione dalla propria dignità e delle proprie origini, è già stata gettata nel “dimenticatoio”, specie da chi non l’ha vissuta in diretta.

Affrontare superficialmente casi simili di discriminazione, è come condannare tali fatti ad una progressiva perdita di significato e di rilevanza storica, ma prima di questo, significa dare l’impressione di aver portato a termine la lotta al razzismo e di averlo finalmente debellato.

Ma l’avversione per la pelle scura è stata veramente superata? No. Per capirlo, è sufficiente prendere la metropolitana o il tram, dove ci si ritrova a dover scegliere se sedersi o no affianco “all’uomo nero”. Non sono certa se sia meglio definirla paura o ignoranza, ma è manifesta, quasi tangibile, nonostante i tentativi di repressione.

E a conferma di quanto affermato, ecco un fatto avvenuto durante le elezioni del nuovo presidente americano: nella folla di sostenitori ne emerge uno a favore di Mitt Romney con uno slogan a dir poco offensivo rivolto all’avversario Barack Obama.

Lo chiamano Extreme anti-Obama sentiment: la sua notizia ha sconvolto e riempito i siti web, la fotografia è stata condivisa nei social network e su Google è reperibile per oltre 12 mila risultati.

Il colore della pelle diventa un motivo valido per cui un uomo rischia la perdita di una nomina tanto importante quanto quella di presidente, come se essere di colore fosse una colpa, un peccato imperdonabile. Era necessario usare il razzismo come arma? E a quale scopo? Vincere la nomina alla White House.

Quindi, si è trattato di un forte tentativo di convincimento della parte di americani bianchi che avrebbero votato per Obama. Eppure è stato inutile. E’ triste sapere che gli sforzi di tanti uomini neri che in passato hanno tentato di affermare la propria dignità, siano resi vani da un così breve, crudo e senza dubbio incisivo slogan. E’ come scivolare da una parete rocciosa poco prima di essere arrivato alla fine e dover riprendere la scalata dall’inizio.

Tuttavia non importa quanti americani siano stati a favore di una frase discriminante, ma di quanti non lo siano stati. Pensiamo al fatto che, nonostante le difficoltà, “l’uomo nero” abbia finalmente colorato la Casa Bianca.

…we rise and fall together, as one nation, and as one people
Barack Obama


Chi sa di non sapere può mettersi alla ricerca della verità. Ma come trovarla?

Secondo Socrate la ricerca della verità può avvenire solo se non si sopravvaluta il proprio sapere e se si ammette la propria ignoranza. In effetti solo chi è consapevole di non sapere può imparare qualcosa, e chi, invece, contrariamente all’ignorante, presume di sapere, non solo non potrà imparare (perché già sa, o meglio, crede di sapere), ma non rifletterà, se non per cercare conferme a quanto crede, e assumerà inevitabilmente una posizione immobile, tra una presunta conoscenza della verità e la verità stessa, che non raggiungerà mai perché fermo in una situazione immutabile.

Ora mi chiedo: si può raggiungere la verità?
La si può certamente cercare, ma secondo chi o cosa, la presunta verità raggiunta è la verità “vera”? E poi, al momento del raggiungimento di ciò che si ritiene verità, si può affermare di aver finalmente concluso la ricerca? O ci si trova nella situazione iniziale, in cui si crede di sapere e quindi non si sa?

Per Socrate la verità si trova solo nel dialogo. Il filosofo, infatti, grazie alle sue domande, dimostra l’ignoranza dell’interlocutore, lo purifica dall’errore perché sia disposto a cercare la verità. Da quel che ho capito, Socrate desidera un ampio confronto per rendere così più complete le risposte. Grazie alla confutazione ed alla maieutica, indica il percorso per giungere alla verità. Eppure, non sono convinta. Qual è il criterio per stabilire se abbiamo, finalmente, raggiunto la verità o soltanto crediamo di averla raggiunta? Socrate non si esprime al riguardo.

Così siamo tornati al punto di partenza e per procedere si suppone di non sapere, in modo da poter riprendere la ricerca della verità. Ma quando questa avrà una fine? O meglio, avrà mai una fine?

L’uso della parola secondo Gorgia

La parola assume un’importanza fondamentale nell’arte oratoria, ma i contenuti concreti rappresentano, in un discorso, l’elemento indispensabile alla base della comunicazione e dello scambio di opinioni.

Gorgia non sarebbe d’accordo. Egli adopera le parole come mezzo per persuadere, ingannare, portare a termine qualunque progetto, utile o dannoso, buono o cattivo che sia. Di conseguenza, se si considera la parola solo come mezzo per convincere l’interlocutore, inevitabilmente le si attribuisce un significato negativo: con una simile considerazione e dimestichezza della retorica, Gorgia si burla di colui che ascolta, riesce a fargli cambiare opinione, e con ciò, dimostrargli la sua superiorità in campo oratorio.

Tuttavia, non si può certo affermare che la retorica e l’arte del saper parlare risultino poco importanti in un discorso: la loro presenza è di grande aiuto per un’efficace comunicazione del messaggio. Infatti, Gorgia non si serve dell’arte oratoria con il solo fine di dimostrare la sua bravura, ma anche per suscitare emozioni e comportamenti nell’interlocutore. Svolge quest’azione sottoponendo l’ascoltatore a ciò che definirei un’azione ipnotica. Ciò che fa, è servirsi della parola intesa come pharmakon, ovvero “medicina” o “veleno”, per annullare la consapevolezza di chi ascolta e far perdere così il contatto con la realtà. Il questo modo l’intelletto e la ragione rispondono inconsciamente.

Eppure mi sembra che qualunque sia il ruolo della parola secondo il filosofo Gorgia, esso rivesta un significato negativo: persuasione, inganno, ipnosi sono alla base delle sue riflessioni. Qual è insomma lo scopo delle sue confutazioni? Dimostrare ciò che ritiene vero o mettere alla prova le sue abilità?

La retorica è utile solo se è al servizio della ragione, quando l’oratore non fa appello soltanto ai sentimenti, alle paure, ma aiuta i suoi interlocutori a ragionare perché sappiano governare e controllare tali emozioni.

Il riposo di Gea

Dal momento della creazione, il pianeta Gea, meglio conosciuto col nome di Terra, iniziò la sua lenta e progressiva evoluzione. In un ambiente verde e rigoglioso, nacquero le prime forme di vita: animali d’ogni grandezza, d’ogni colore ed aspetto, carnivori ed erbivori, cominciarono a prendere parte all’ambiente circostante. Fin da subito, il perfetto equilibrio tra flora e fauna era tale da garantire l’armonia nella vita di ogni specie.
Ben presto, però, l’abbondanza delle risorse di Gea spinse gli animali a desiderare molto più di quanto avessero bisogno e la loro cupidigia distrusse poco a poco il preesistente equilibrio tra le specie: gli erbivori trasformarono i prati verdeggianti in terra brulla e le chiome degli alberi divennero spoglie. I carnivori causarono una drastica diminuzione di esemplari rischiando l’estinzione delle specie più deboli.
Mancavano pochi mesi al termine del suo primo anno di vita, e Gea stava già morendo, così il dio creatore, stanco e deluso dal comportamento degli animali, decise di porre un freno. Gli animali dimostratisi più avidi caddero in un sonno lungo e profondo, che Dio chiamò letargo, e sugli alberi ormai spogli e sulle pianure aride calò un manto bianco e freddo, la neve, che conservò l’ambiente così come era stato lasciato.
Dopo pochi mesi, e dopo che Gea ebbe compiuto il primo anno d’età, con il calore dei raggi del Sole il manto bianco cominciò a ritirarsi, scoprendo una natura nuova e rigenerata. L’ambiente piacque molto al Dio creatore, che decise di risvegliare gli animali per mostrare loro il meraviglioso paesaggio. Questo periodo di rinascita fu chiamato Primavera.
Col passare dei giorni, l’ambiente riacquistò l’equilibrio, l’abbondanza e la magnificenza di un tempo, scaldato e illuminato dal Sole e talvolta bagnato da piogge leggere. Era il periodo più bello, poiché ricordava il paesaggio creato al principio, e Dio lo chiamò Estate.
Dio, però, temeva che gli animali fossero sopraffatti nuovamente dalla loro cupidigia. Decise, quindi, di impoverire l’ambiente, spogliando le chiome degli alberi e preparando ogni specie ad un nuovo letargo. Questo periodo venne denominato Autunno.
Ben presto, venne la neve. Tutto taceva ed ogni essere riposava nel suo letargo. Dio chiamò Inverno questo periodo di silenzio e riposo, e attese con pazienza la rinascita del più meraviglioso dei pianeti mai creati: Gea.