L’anima aristotelica

Aristotele. Dettaglio dalla Scuola di Atene di Raffaello Sanzio (1509).
Aristotele. Dettaglio dalla Scuola di Atene di Raffaello Sanzio (1509).

Aristotele divide i corpi terrestri in due categorie: privi di vita e viventi. Gli interessano soprattutto i secondi, perché sono i più complessi. Come molti antichi, egli interpreta la natura esistente attraverso un modello biomorfico: spiega il  non vivente per mezzo di concetti maturati grazie all’analisi dei viventi.
Gli esseri viventi e non viventi sono costituiti dagli stessi elementi, i primi però hanno una forma diversa: l’anima.
Ma che cos’è l’anima? Aristotele lo spiega nel De Anima, introduzione alle sue opere di biologia. Definisce l’anima come «La forma di un corpo naturale che ha la vita in potenza» o come «l’atto primo di un corpo naturale dotato di organi», dove “atto primo” indica il principio di ogni attività vivente.

Che differenza rispetto a Platone! L’anima non è più un essere indipendente dal corpo ed imprigionato in esso come in una prigione o in una tomba. L’anima è, per Aristotele, la struttura stessa del corpo e dirige il funzionamento dei suoi organi per mantenerlo in vita. Quando l’anima lascia il corpo, questo diventa un cadavere senza vita.
Le funzioni dell’anima sono, per Aristotele, tre: vegetativa, sensitiva ed intellettiva. L’anima vegetativa governa le attività più elementari: la nutrizione e la riproduzione, ad esempio nelle piante; l’anima sensitiva, tipica degli animali, comprende le funzioni di quella vegetativa ed è arricchita dalla sensibilità e dal movimento. Infine gli uomini possiedono l’anima intellettiva, perché sono dotati dal pensiero e dalla volontà.
L’anima intellettiva è superiore a quella vegetativa e sensitiva e svolge anche le loro funzioni inferiori. Per Aristotele l’anima è unitaria, invece per Platone è suddivisa in tre parti (razionale, animosa e concupiscibile) in conflitto fra loro.

Nel De Anima il filosofo afferma che la sensibilità è la capacità di provare percezioni attraverso i sensi. Percezione significa, per l’organo di senso, assumere la forma sensibile di un oggetto.
La percezione è un passaggio dalla potenza all’atto sia dell’organo che percepisce sia dell’oggetto che è percepito in atto. Negli organi si forma un’immagine dell’oggetto chiamata phàntasma, conservata nella memoria e riprodotta dall’immaginazione (phantasìa).

Aristotele analizza il pensiero: come si formano i concetti? Grazie all’intelletto (nous) che è superiore ai sensi e coglie, nel phàntasma sensibile, la forma intelligibile degli oggetti, cioè la loro essenza. Non c’è dunque conoscenza senza esperienza sensibile. Una rivoluzione rispetto al mondo delle idee di Platone. Aristotele mantiene però, attraverso i concetti, l’esigenza platonica di andare oltre l’esperienza sensibile.

Perché questo avvenga, sono necessarie due condizioni: un principio che faccia passare all’atto la forma intelligibile e un altro che apprenda tale forma. Questi principi vengono chiamati dal filosofo intelletto attivo e passivo.
Il primo secondo Aristotele deve essere già in atto e quindi è privo di potenza. Il secondo invece è prima in potenza, cioè vuoto ( per esempio come una tavoletta di cera sulla quale non sono ancora stati fatti dei segni, la cosiddetta tabula rasa) e poi passa all’atto.

Secondo Aristotele dalla sensibilità e dall’intelletto dipendono i desideri o le tendenze: dalla prima quelle sensibili, o appetiti, e dalla seconda quelle razionali, o volontà. Per lui, la conoscenza si desidera solo quando prima si conosce un oggetto come buono, per i sensi o per l’intelletto. Il movimento, infine, avviene quando un oggetto, conosciuto come buono, attrae a sé l’anima suscitando in essa il desiderio. Quindi l’oggetto del desiderio, anche se immobile, può muovere  l’anima.

3 commenti su “L’anima aristotelica”

  1. Secondo me è sbagliato dire “ quando l’anima lascia il corpo “, meglio dire quando cessa di vivere ovvero rimane solo la forma del corpo.. dire lascia il corpo potrebbe far intendere il concetto di Platone.
    Grazie

    1. Ottima osservazione!
      Tuttavia la formula espressiva adottata da Lorenzo è accettabile alla luce

      1. di quanto sappiamo a proposito del dialogo aristotelico perduto Eudemo , dove si sosteneva l’immortalità dell’anima
      2. della tesi espressa nella Metafisica dove Aristotele scrive: «Se rimanga qualche cosa dopo l’individuo, è una questione ancora da esaminare. In alcuni casi, nulla impedisce che qualcosa rimanga: per esempio, l’anima può essere una cosa di questo genere, non tutta, ma solo la parte intellettuale; perché è forse impossibile che tutta l’anima sussista anche dopo» Metafisica, Λ 3, 1070 a 24-26
  2. Concordo con ARISTOTELE
    Quando l’anima lascia il corpo questo e’ un cadavere
    Corrisponde alle verità biblica
    Il nostro essere e’ formato
    Da: Anima Corpo e Spirito
    Il corpo torna alla terra
    Lo Spirito torna a Dio che l ‘ha dato

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