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Non è giusto morire “per sbaglio”

E la storia continua, continua come sempre, va avanti ma in realtà fa solo dei passi indietro. La storia è sempre quella: altre morti innocenti, altre vite spezzate, altro sangue, altro dolore nella terra di nessuno, anzi no quella terra è oramai proprietà della criminalità organizzata, tutto appartiene a loro direttamente o indirettamente.

Comandano loro tutto: questa è la camorra!

Ovviamente non agiscono da soli ma con l’aiuto di gente normale, con persone che possono essere i tuoi vicini di casa, tutti ormai sono assuefatti dal clima che li circonda e ne sono consapevoli.

Molte volte però si da la colpa alla stessa vittima innocente solo perché colpevole di vivere in quei luoghi, solo perché nonostante tutto ama quei posti, ama la sua casa, ama la sua Napoli.

Il 15 ottobre è stato messo un altro nome a quel lungo elenco di vittime “per sbaglio” lui è o meglio era Pasquale Romano, detto Lino, ucciso per errore, per uno scambio di persona cosa che succede spesso in provincia di Napoli.

La storia fa notizia per qualche giorno e poi cala nuovamente il sipario su quei luoghi, su quella gente.

A lanciare un grido di giustizia a nome di tutti è Pasquale Scherillo un familiare di un’altra analoga vittima di otto anni fa. Sono passati ben otto anni dalla perdita del fratello e giustizia non è stata ancora fatta. E ora siamo qui a parlare della stessa vicenda ma con un protagonista diverso, purtroppo.

Pasquale Scherillo però non si è fatto travolgere dall’odio o dal dolore, ha usato quella sete di giustizia per fondare un’associazione a nome del fratello per le vittime innocenti della criminalità organizzata.

Grazie a quest’associazione sensibilizza la gioventù nelle scuole dalle elementari alle superiori, e proprio in quest’ultimo campo che trova la più grande ostilità. Solo con la scuola, la cultura e la saggezza si può ripartire e dare un forte segnale allo Stato, che in queste meravigliose terre c’è gente che chiede aiuto e speranza nella giustizia.

Riguardo quest’argomento i familiari delle vittime non solo non trovano conforto nella giustizia ma anche la Chiesa e in particolare la “strana” omelia del vescovo di Aversa ai funerali di Lino.

Nelle parole del vescovo non compare mai la parola “camorra” sembra che ci sia un macigno troppo pesante e che non si riesce a togliere, è una parola “tabù”.

A mio parere questo masso pesantissimo incomincerà a sollevarsi e a diventare più leggero solo quando finiranno queste morti “per sbaglio”, solo quando la gente per bene quella che abita quei paesi malfamati comincerà a sollevare la testa e a guardare in faccia la realtà e cioè che la gente è molta di più rispetto ai camorristi!

Solo quando si comincerà a pensare in questo modo, i mafiosi avranno paura e si dovranno nascondere perché ormai in minoranza.

 

Catherine portavoce dei diritti delle donne

Nel Settecento, come anche nelle epoche precedenti, all’interno della famiglia il ruolo del marito era quello di fornire un riparo e provvedere al mantenimento della prole e della sposa.
L’uomo pagava le imposte e rappresentava la famiglia di fronte alla comunità. Il dominio della moglie restava invece sempre interno al nucleo domestico. Le donne dell’alta società erano le padrone della casa, dirigevano la servitù, e si occupavano delle proprietà di famiglia.
Il Settecento vide quindi, per quel che riguardava le classi agiate, un aumento della sfera di influenza delle padrone di casa, sulla gestione dei beni. Questo avvenne poiché era ritenuto che la dignità della moglie rappresentasse una conferma della posizione sociale del coniuge.
Anche nelle classi meno abbienti, come quelle dei fattori, il ruolo della moglie, nella famiglia, aumentò di importanza. In genere, però, per quanto l’opera di una moglie fosse ritenuta importante per la prosperità della famiglia, il suo lavoro non veniva mai valutato in termini economici.
Il Settecento vide anche l’incremento delle industrie familiari, e quindi del lavoro femminile all’interno della famiglia. In questo secolo, però, il crescente aumento della produzione, richiedeva anche lunghi ed ingenti spostamenti della forza lavoro maschile. Nei periodi di assenza del capofamiglia, erano le mogli ad occuparsi delle eventuali proprietà o attività familiari. Ma l’assenza dei mariti poteva anche durare per anni, in quei casi, le mogli potevano assumere la responsabilità dell’azienda.
Nel Settecento le giovani ragazze erano costrette dalla famiglia a sposarsi contro la propria volontà per far fronte alle difficoltà dovute a lutti o perdite. Un esempio fu il caso di Catherine Gent (1529), fanciulla che, sotto minaccia, approvò il fidanzamento con François Martin. Per celebrare le nozze mancava solo l’assenso definitivo di Catherine, ma non arrivò mai.
Il motivo per cui Catherine Gent subì tante pressioni è che la giovane aveva effettivamente la facoltà di rifiutarsi di sposare Martin. Questa libertà però era limitata dalla differente considerazione uomo-donna nell’ambito familiare, tuttavia la società europea in cui viveva Catherine, per quanto riguarda i diritti delle donne era molto più avanzata delle altre società e culture del tempo nel resto del mondo.

Sara Peruffo, Giulia Guzzo